All Cheerleaders Die (Lucky McKee, Chris Sivertson, 2013)

di Fausto Vernazzani.

Quello che volete sapere della trama del nuovo film di Chris Sivertson e Lucky McKee è tutto nel titolo: All Cheerleaders Die. Falso. O almeno lo è in parte. Remake del loro esordio alla carriera, evolutasi in due direzioni differenti, uno girando il so-bad-it’s-good con Lindsay Lohan I Know Who Killed Me, l’altro emergendo come uno dei migliori nomi del mondo dell’horror (The Woman è un piccolo gioiello), All Cheerleaders Die è quasi una parodia di se stesso, anche se purtroppo, e questo è il difetto numero uno, è difficile capire se sia volontario o involontario.

D’altra parte il pregio numero uno si presenta sin dall’inizio. Maddy (Caitlin Stasey) sta girando un piccolo video sulla sua amica Alexis (Felisha Cooper), la “mente” delle cheerleader della scuola. La insegue dappertutto facendosi raccontare i segreti del “mestiere”, trucchetti per essere sempre al centro dell’attenzione. Finché durante un allenamento Alexis si rompe il collo e muore. McKee e Sivertson sembrano partire in quarta con un film su delle belle ragazze destinate a morire una alla volta sotto gli occhi stupefatti dei tanti quarterback e vari giocatori di football.

Pochi minuti in cui All Cheerleaders Die sembra prendere la via del found footage, ma per fortuna lo shock iniziale è solo uno dei tanti momenti in cui lo spettatore viene accompagnato per mano nella direzione sbagliata in questa ennesima avventura nel mondo dei liceali americani tinto di rosso. Raccontare più di così significherebbe tirar fuori dal cilindro uno spoiler dopo l’altro, l’ultimo horror di McKee e Sivertson gioca sull’effetto sorpresa senza contare sull’originalità, ma sulla prevedibilità di certe situazioni, poi negate con astuzia.

La regia tenta di evitare i cliché, non riuscendo, però, a farne a meno per sopravvivere e svilupparsi (e ogni tanto stupire) in una direzione che possa rendere All Cheerleaders Die una pellicola a suo modo divertente, una sorta di gioco. In tal senso sono efficaci le sparute inserzioni musicali che sottolineano gli aspetti più ironici del film, alleggerendo e allungando l’attesa. Si rientra insomma al difetto di cui sopra, poiché a metà tra il desiderio di avere scene comiche volontarie e involontarie, divisione sentita sia “grazie” alla pessima recitazione di parte del cast (il bad guy Tom Williamson vince su tutti) che a situazioni indecise sulla direzione da prendere. La scena del primo “pasto” ne è l’esempio, con sia un sotto-testo da commedia sia il sentore di gore imminente.

All Cheerleaders Die soffre della sindrome dell’arto fantasma, sceneggiato con una chiara idea in testa mal sviluppata in fase di regia, al punto da creare la sensazione di vedere un film multiplo: stregonerie, violenza sulle donne, giochi d’amore tra adolescenti, persino un po’ di manie da supereroe che ricordano il Chronicle di Josh Trank nel finale. Si salta da un piano all’altro riaccendendo l’attenzione dello spettatore, ma purtroppo i due registi non decollano e la corsa verso la vetta rallenta a più riprese. A ben pensarci come film d’esordio era promettente e forse tale avrebbe dovuto rimanere, senza alcun bisogno di essere resuscitato solo perché vedere un branco di cheerleaders fingere orgasmi, uccidersi e andare in lingerie attrae tanti spettatori al cinema.

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