Calvary - Calvario - CineFatti

Calvario (John Michael McDonagh, 2014)

Il calvario di un prete innocente in un mondo colpevole.

I think there is too much talk of sins to be honest. Not enough talk about virtues.
Father James

Sul monte Golgota si concluse il calvario di Gesù, una scalata con una croce in spalle, l’amore di pochi, gli insulti di tanti e l’ignavia di molti. La morte è il premio finale, come la si accoglie è il dilemma finale da sciogliere tra sé e sé.

Padre James inizia il suo Calvary (titolo del’opera) in un giorno come tanti nel confessionale della sua chiesa in una cittadina sulle coste irlandesi è seduto ad ascoltare il suo assassino: stuprato per anni da bambino, l’anonimo omicida annuncia la sua vendetta non contro chi ha perpetrato il più deprecabile dei crimini che un uomo può commettere, ma andando a eliminare un prete buono.

Titolo più adatto di Calvary l’autore John Michael McDonagh non poteva trovarlo. Sette giorni è il tempo che Padre James (Brendan Gleeson in grandissima forma) ha per sistemare le sue faccende all’interno di una comunità imbevuta nell’ipocrisia, impegnata a pascolare beffeggiando il proprio paziente pastore.

La chiesa, il pub dove si riuniscono i compaesani, la spiaggia e la scogliera, torri diroccate, piccole case vuote e magioni dove l’opulenza non incontra affetto alcuno. McDonagh dà voce ai luoghi, ogni modo di essere percepito attraverso il decoro dell’inquadratura.

 

Gleeson è un pastore con un gregge di pecore nere che non perdono occasione di maltrattarlo, figli spergiuri di ogni genere e categoria: l’adultera Vanessa (Orla O’Rourke) che sopporta il marito Jack (Chris O’Dowd) violento frequentandosi con il cinico meccanico Simon (Isaach De Bankolé) e sniffando cocaina in compagnia del Dr. Frank (Aidan Gillen) medico senza cuore; il giovane e disturbato Milo (Killian Scott) che suppone uccidere nell’esercito sia il suo destino; il milionario Michael (Dylan Moran) che non riesce a trovare un senso alla vita se non sporcare tutto ciò che gli è intorno; il compare Padre Leary (David Wilmot) che segue solo la logica personale.

L’unica luce è sua figlia Fiona (Kelly Reilly), figlia della moglie la cui scomparsa ha spinto James a seguire un’improvvisa vocazione.

Il calvario di Padre James è dover scoprire la natura della sua presenza agli occhi della cittadina, ogni singolo lo ha vissuto come una prova d’accusa contro di loro, lì al solo scopo di ricordare la natura dei loro peccati.

Poco importa se Padre James tenta di schierarsi con loro e per loro, prima come essere umano e poi come servo di Dio, la risposta di uomini è donne è l’insulto, la diffidenza e la risata all’apparizione di ogni sua disgrazia. Calvary prende una piega sociale all’apparenza, ma tutta l’opera era stata in realtà raccontata e spiegata all’inizio, in quell’inquadratura fissa su Gleeson nel confessionale: l’elogio del peccato e la distruzione della virtù per mettere in risalto il primo.

Molti sermoni non fanno altro che dare voce al peccato invece di tentare l’ardua impresa di riconsegnare lo scettro al perdono, alla base della religione cattolica, sottolineare la necessità di un impero delle virtù. Il passato si erge alle spalle a ricordarci i nostri sbagli, presente in innumerevoli scene di Calvary, ma al termine è un sorriso o la parte buona di un uomo o una donna ad essere tangibile.

John Michael McDonagh racconta una sostanza effimera con gran classe e senza essere melenso, riutilizza lo stile grottesco da sfacciata commedia nera che lo aveva lanciato con The Guard (in italiano tradotto come Un poliziotto da Happy Hour) e lo somma ad un dramma spirituale profondo che invade l’aria, sia in senso tecnico che narrativo.

Fausto Vernazzani

Voto: 4.5/5

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