R100 (Hitoshi Matsumoto, 2013)

Il weird incontra il fetish nell’umiliante viaggio di R100.

Guardo al Giappone e mi domando da dove li pescano i comici? Negli anni Novanta Takeshi Kitano divenne una figura di spicco internazionale con dei veri e propri capolavori come Sonatine e Hana-bi, giungendo dopo a riflettere sulla natura stessa del successo e del cinema come Settima Arte nella trilogia del suicidio.

Nel nuovo millennio invece le isole nipponiche ci hanno fatto dono di un altro genio proveniente dal mondo della comicità ed è Hitoshi Matsumoto.

Cromatismi di genere

Il suo non è un cinema come gli altri, la narrazione scaturisce da concetti esili e dai generi distinguibili solo grazie alla palette di colori utilizzati dal direttore della fotografia. La sua breve carriera registica, R100 è solo il suo quarto film, la potremmo infatti dividere in fasi come fu per Pablo Picasso nel Novecento.

Ma il suo idolo artistico non è il pittore cubista, bensì Vincent Van Gogh di cui condivide il distacco col pubblico e la spinta all’isolazionismo. Matsumoto non ama avere un rapporto con gli altri colleghi né col cinema in generale, per evitare influenze che non siano quelle della pittura. Un’idea evidente sin dal suo primo film.

Di calci straziami

Così come in Symbol anche in R100 il protagonista è un uomo qualunque (Nao Omori). È un essere umano anonimo, di quelli che salutano sempre, con un padre a occuparsi del figlio piccolo e la moglie in coma in ospedale a cui portare dei fiori.

È troppa responsabilità per un codardo col vizio di farsi sottomettere, al punto tale da iscriversi a un misterioso club per soli sadomasochisti dal nome trasparente di Bondage. L’iscrizione dura un anno e il contratto non può essere strappato.

Perché mai uno dovrebbe voler tagliare il cordone dal proprio impegno verso un club? Perché l’iscrizione prevede un crescendo di umiliazioni fisiche e psicologiche per l’interessato malcapitato, sotto il tacco di donne in succinti abiti di pelle nera.

Sottomesso è bello

Le avventure sadomaso di Omori proseguono su binari assurdi, le “Regine” a cui è sottomesso passano da semplici schiaffi a rovinargli il cibo, a pestarlo in mezzo alla strada, sputargli addosso e insidiare la sua famiglia.

Sembra la trama di un thriller perverso, qualcosa come The Game di David Fincher, ma non è così e il volto di Omori gonfiandosi per l’eccitazione e lasciando cadere gli occhi in un nero abissale racconta il perché. Quelle umiliazioni lo elevano.

Il pubblico ideale

Lo schermo vibra letteralmente e la sensazione di incomprensibilità colpisce duramente lo spettatore, a meno che quest’ultimo non abbia superato il secolo di vita. Ecco qui spiegato il titolo, R100, Rated-100, vietato ai minori di 100 anni.

Lo decide il regista nel regista, quella sottotrama all’interno del film in salita parallelamente all’aumento delle assurdità cui Omori è sottomesso. Sceneggiatori e produttori si riuniscono per discutere delle bizzarrie in moto sullo schermo.

Masturbazione visiva, Matsumoto solletica lo spettatore e punta il dito ai registi ultra-ottuagenari, gente come Manoel De Oliveira e Kaneto Shindo, ancora attivi nonostante l’’età – il secondo scomparso poco dopo aver compiuto 100 anni – ma anche più giovani che danno vita a opere cinematografiche per se stessi più che per il pubblico.

Matsumoto fa lo stesso e ne è consapevole, ma il suo vantaggio è essere anche capace di catturare l’’attenzione del pubblico, dargli in pasto dei buoni biscotti in forma di immagini, scoprire la codardia più che il piacere dato dal sadomaso.

Il tema sessuale è uno sfondo, poco importante rispetto all’’uomo in pieno godimento nonostante quanto sia accaduto alla sua famiglia con lo scorrere dei minuti. La sua evoluzione prosegue fine a se stessa, viaggia verso una conclusione che passa dall’auto-flagellazione all’’attacco diretto contro chi finora lo aveva punito.

Alla fine a noi, sotto shock, non resta altro che applaudire.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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