Lo scandalo del vestito bianco (Alexander Mackendrick, 1951)

di Fausto Vernazzani.

Ricordare un grande attore come Alec Guinness solo per la sua partecipazione a Guerre Stellari è un crimine contro il mondo artistico della settima arte, basta partire dall’inizio della sua carriera per capire perché, dopo il successo di Sangue Blu, a quel 1951 in cui divenne una delle stelle del cinema britannico, grazie a L’incredibile avventura di Mr. Hollander e ad un piccolo film dal titolo Lo scandalo del vestito bianco.

Diretto da Alexander Mackendrick, oggi lo ricordiamo come un film di fantascienza, ma negli anni a seguire lo scoppio delle bombe atomiche in Giappone, nel Regno Unito di Quatermass e dei suoi esperimenti, era più una dimostrazione di ‘terrore puro’ nei confronti della scienza e dei suoi sviluppi, ignari delle conseguenze sulla vita (o sulla morte) dell’uomo. Il film di Mackendrick, nella tradizione degli Ealing Studios che lo produssero, prende una piega sociale, seguendo con ingegno lo sviluppo di un’invenzione che potrebbe danneggiare sia il servo/operaio che il padrone/capitalista.

In un giorno qualunque il giovane imprenditore Michael Corland/Michael Gough accompagna il più anziano Alan Birnley/Cecil Parker all’interno della sua industria tessile, mostrandogli tutte le meraviglie della fabbrica con la speranza di ottenere da parte del Sir non solo la mano di sua figlia Daphne/Joan Greenwood, ma anche un aiuto patrimoniale per unire – e in seguito ereditare – l’impero del collega. Durante il percorso all’interno del laboratorio di ricerca, incappano in una bizzarra invenzione che nessuno sa riconoscere, neanche uno degli scienziati presenti.

Lo scandalo del vestito bianco

Non la prima volta, ma a quanto pare la tredicesima, il chimico Sidney Stratton/Guinness, proveniente dalla bassa società, ha sfruttato il suo aspetto anonimo per infiltrarsi nei laboratori delle industrie tessili per mettere a punto la sua invenzione: un tessuto indistruttibile che una volta creata non avrebbe mai avuto bisogno né di lavaggi né di essere buttata e/o sostituita. Tra un ‘licenziamento’ e l’altro, osservato di sbieco sia dai suoi capi che dai colleghi, Stratton riesce nella sua impresa.

Mackendrick con astuzia modella un viso all’inesistente, Guinness sguscia da una porta all’altra e vicino ai suoi colleghi senza farsi notare, senza far domande e senza dar risposte, andando a destra e sinistra al puro scopo di dare un senso (alto) ai suoi studi. L’obiettivo equivale però al collasso di un intero mondo, un’eventualità che unisce servo e padrone in una caccia all’inventore, divenuto amico tanto di Daphne quanto dell’operaia Bertha/Vida Hope, senza però aver modo né di voler capire né di essere ascoltato da chiunque per porre fine ai suoi sogni così da rispettare la vita e i bisogni di chiunque.

Guinness vola da una stanza all’altra, corre nella sua tuta bianca fluorescente creando, sì, Lo scandalo del vestito bianco, anche se di scandalo non si tratta (The Man in the White Suit è il titolo originale), unendo grottesco e commedia insieme, con un sottile significato politico di fondo, in questa slapstick dai toni più ‘neri’, resi alla perfezione tanto dal suo protagonista quanto da un regista che senza l’ausilio di musichette un po’ piacione mette a soqquadro una città intera con ironia. Un’ironia che non dimentica mai, e l’espressione di Sidney alla scoperta della realtà ne è la scena esemplare – nonché un grande esempio di recitazione -, la sua missione: dare una voce al disagio nell’Inghilterra del dopoguerra.

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