Life After Pi: Cronaca di un collasso

di Fausto Vernazzani.

Oggi è il 14 Marzo, scritto in numeri nell’ordine americano è il 3.14, il cosiddetto Pi Day, diventato dal 2013 il giorno della protesta della community degli effetti speciali negli Stati Uniti d’America e non solo. Il 24 Febbraio del 2013 ricorderete, c’è stata l’85esima notte degli Oscar al Dolby Theatre, presentata dal controverso Seth MacFarlane e caratterizzata dalla colonna sonora de Lo Squalo di John Williams, scattata ogni qualvolta un discorso di ringraziamento tirasse troppo per le lunghe. Tuttavia non è stato così proprio per tutti.

In quella notte il Rhythm and Hues Studios era nominato per due statuette, una per Biancaneve e il Cacciatore, l’altra per Vita di Pi, che sarà poi il vincitore nella categoria degli effetti speciali, nonché fotografia con Claudio Miranda e regia col taiwanese Ang Lee. Bill Westenhofer e il suo team della R&H salirono sul palco per ritirare il premio, fece i dovuti ringraziamenti e la musica prima ancora che fosse il momento – 45 secondi è in genere il tempo limite – partì, il grande squalo bianco si avvicinò e di colpo il microfono fu spento proprio quando Westenhofer aveva iniziato a parlare delle difficoltà finanziarie dell’azienda tre volte vincitrice di un premio Oscar e con 25 anni di esperienza nel settore.

Life After Pi

Un paradosso stando a sentire MacFarlane, che nel discorso d’apertura pronunciò le seguenti parole: “As we all know winning an Oscar guarantees a long succesful career in the industry”. La Rhythm and Hues dovette dichiarare bancarotta undici giorni dopo la vittoria agli Academy Awards e per un altro lungo anno, la situazione per la comunità degli artisti dei visual effects è rimasta segnata. Ma decisi a combattere contro un sistema ingiusto interamente contro il benessere dello stato dove il film è prodotto.

La competizione internazionale è corretta, ma lo sarebbe ancor di più se lo fosse sugli stessi termini. Non si può certo biasimare il Canada, il Regno Unito, la Nuova Zelanda e tutti gli altri paesi laddove è possibile far crescere un’industria degli effetti speciali florida e funzionante anche tramite le sole sei Major di Hollywood grazie a cui praticamente ognuna di queste riesce a lavorare. Sono gli stessi Stati Uniti ad essere in difetto, proponendo un sistema di sostegno fiscale praticamente inesistente. Life After Pi si concentra su questo, il documentario di trenta minuti, disponibile gratuitamente online, girato prima e dopo la chiusura della Rhythm and Hues (attualmente ancora in funzione, ma drasticamente cambiata), mette in evidenza la terribile situazione in cui si trova la maggioranza degli artisti in servizio negli Stati Uniti.

È utile riproporre esattamente lo stesso esempio fornito dal documentario, diretto da Scott Leberecht, un chiaro esempio di come stanno le cose: se una major ha bisogno di uno studios per curare gli effetti speciali di un film deve scegliere da chi andare; in Canada se lo studio viene pagato 10 milioni di dollari, la major riceverà indietro un ritorno del 30% in sussidi statali, al contrario negli Stati Uniti nulla verrà restituito e pertanto la major preferirà pagare 7 milioni di dollari, così da guadagnare il più possibile. Per un film come Vita di Pi, costato 120 milioni e che ne ha incassati oltre 600, un risparmio così piccolo (chiaramente parliamo di cifre ben diverse e molto più alte), non ha senso di esistere.

Life After Pi

Lo stesso può valere per un film come Gravity, un budget di 110 milioni di dollari ed un incasso in tutto il mondo di 700, senza tenere conto dei futuri guadagni con l’home video e l’ondata post vittoria plurima agli Oscar 2014. Il problema principale quindi si sposta su uno dei secondi grandi problemi dell’industria cinematografica, questa volta non solo statunitense: gli studi di effetti speciali sono pagati a pacchetto, una volta fissato il prezzo, nulla potrà modificarlo. Se ti danno 20 milioni di dollari per creare tutti gli effetti di un film non potrai chiedere altro, difficilmente si potrà dimostrare che la richiesta di modificare per intero una scena già realizzata al computer è qualcosa che va oltre il contratto.

Un’esperienza simile la vivono anche disegnatori e fumettisti, grafici che per ore lavorano su un progetto per essere poi rispediti punto e a capo a ricominciare dal foglio bianco. Su un set la troupe è pagata a ore, così non è per chi è nel settore effetti speciali, ed è piuttosto complicato far tornare i conti quando i produttori insistono su delle modifiche complesse, ma anche sulla data di consegna, importante perché l’uscita finale del film si avvicina sempre più. Un discorso che facemmo già lo scorso anno, quando nacque la pagina Facebook VFX Solidarity International, da cui è poi nato ADAPT, acronimo che sta per Association of Digital Artists, Professionals and Technicians.

Differenze purtroppo non ce ne sono state, se il team di Gravity non ha mosso un dito è perché il film è in gran parte britannico di nascita e la Framestore, società che si è occupato dei visual effects, ha appunto sede proprio nel Regno Unito, dove la politica fiscale è tutta un’altra storia. Ma in che modo questo ci tocca? Semplice, non sono solo statunitensi a perdere il lavoro, non sono solo loro a doversi trasferire all’altro capo del mondo pur di poter lavorare a qualcosa che li appassiona, e basta rimanere seduti alla fine dei film, leggere i titoli di coda e notare quanti nomi italiani vi sono. Perché la terra dei “sogni” per questo genere di lavori è laggiù, ed una maggiore stabilità di questo sistema è una sicurezza in più anche per loro.

Il 24 Febbraio 2013 gli artisti scesero in piazza fuori il Dolby Theatre, così è stato anche il 2 Marzo, questa volta con più rumore, anche grazie ad una risonanza mediatica maggiore data proprio dal documentario Life After Pi ed una community più organizzata grazie alla rabbia scaturita dal trattamento subito da Westenhofer quella notte di un anno fa. Difficile dire se le cose potranno cambiare, ma è bello sapere che queste persone non sono disposte a mollare, che sono lì a gridare quanto importante è il loro lavoro, senza cui un gran numero di registi non avrebbe per le mani alcun film. Del resto si sa, anche i più insospettabili hanno fatto un largo uso di green screen e correzioni al computer, uno tra questi è proprio The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese: girava in Italia la convinzione che Scorsese fosse sceso nel nostro paese per girare alcune scene ambientate in un nostro porto esclusivo, ma alla fine la produzione avrà convenuto che è molto più economico sfruttare qualcuno piuttosto che andare a prendere le immagini in loco.

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