Lo Hobbit: La desolazione di Smaug (Peter Jackson, 2013)

di Fausto Vernazzani.

Lo Hobbit non è Il Signore degli Anelli. Il discorso è stato affrontato molte volte in merito alle errate aspettative col potenziale di rovinare l’esperienza cinematografica della nuova trilogia firmata Peter Jackson sul mondo della Terra di Mezzo creato da J.R.R. Tolkien. Arrivati al secondo capitolo, Lo Hobbit: La desolazione di Smaug, abbiamo capito che quattro chiacchiere andavano fatte proprio con lui, il regista, e tutto lo staff di produttori e sceneggiatori (tra cui figura anche Guillermo Del Toro), per spiegare loro che Lo Hobbit non è Il Signore degli Anelli.

Il primo un romanzo per bambini, una favola che con leggerezza ed una punta di magia nera apriva le danze agli orrori di Sauron su cui Gandalf il Grigio indagava ne La compagnia dell’anello, dove sia lo stile di scrittura che i toni prendono un sentiero differente dal viaggio tortuoso dei tredici nani verso la Montagna Solitaria dove un drago controlla le rovine abbandonate della città dei nani di Erebor. La scelta, molto commerciale, è stata quella di rendere Lo Hobbit un prequel a tutti gli effetti e non una storia a se stante, rimpinzandolo di riferimenti ai film che resero Jackson famoso e, soprattutto, magro.

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato iniziò e proseguì con la formazione e la consolidazione della squadra guidata da Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage, uno dei nani belli perché privati delle deformazioni del make-up), lo stregone Gandalf/Ian McKellen e lo scassinatore improvvisato Bilbo Baggins/Martin Freeman. In corsa per liberare Erebor dal drago Smaug (con voce di Benedict Cumberbatch per gli anglofoni, Luca Ward per noi), la compagnia di nani di Thorin fugge anche dall’orco Azog il Profanatore, una minaccia ancora reale ne La desolazione di Smaug, in cui i nemici si moltiplicano: terrorizzati da Beorn, il muta pelle, dagli elfi del Re Thranduil e suo figlio Legolas, e momentaneamente anche dagli uomini di Dale.

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug

Elencare tutte le differenze col romanzo richiederebbe un numero di pagine superiore alla sorgente stessa, e se qualcuna poteva essere tollerata, come il villain Azog/Manu Bennett che aggiunge un po’ di pepe alle camminate eterne dei nani, altre risultano insopportabili perché inutili ai fini del film: ad esempio la presenza di Legolas, e soprattutto l’invenzione di un triangolo amoroso tra l’elfo di Orlando Bloom, il personaggio inventato di sana pianta di Tauriel/Evangeline Lilly e Kili/Aidan Turner, il nano bello perché solo basso e senza nasoni e simili. Aggiunte maturate in un minutaggio infinito, per una trilogia dominata dalla noia ed una sequela di eventi ripetuti all’infinito, diversi solo per scenografia, tanto da far credere impossibile che ci possano essere versioni estese di un brodo già troppo annacquato di suo.

Il racconto epico di Peter Jackson de Lo Hobbit è un’opera manierista, l’amaro e triste tentativo di replicare un caso cinematografico da lungo andato, dove la regia cerca disperatamente l’aiuto della memoria degli spettatori: conoscere dove si fermerà la macchina da presa, intuire dove punterà l’obiettivo il DOP Andrew Lesnie, tornare alla contea col tema musicale giusto di Howard Shore… e qualche ape gigante che spunta grazie agli occhiali 3D. Dopo un po’ stanca vedere Jackson con fare un po’ marpione dare gomitate sul braccio e lanciare qualche occhiolino per dire: “Hai visto cosa ho citato lì, eh?

L’intrattenimento in 160 minuti di chiacchiere sui bei vecchi tempi non è il massimo se non c’è sostanza, ma soltanto una grande giostra – dove Jackson non ha resistito alla tentazione di usare una GoPro che è un pugno nell’occhio in mezzo a tanta precisione digitale -, con barili a zonzo per una cascata, nani e hobbit in corsa tra montagne d’oro e lo sguardo terrorizzato di un Gandalf intento a scivolare e imitare il momento cult in cui tanti anni fa urlò nelle miniere di Moria contro un Balrog di Morgoth. Rievocare i cult purtroppo non basta a crearne di nuovi e le scene spettacolari dove Minas Tirith e Isengard venivano osservate con una macchina da presa funambolica sono ricordi lontani, così lontani da chiedersi se varrà la pena di continuare a seguire al cinema questa trilogia prossima alla fine.

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