Lolita (Adrian Lyne, 1997)

di Roberto Manuel Palo

Molte volte un cast stellare e un ottimo regista possono essere uno specchietto per le allodole per una pellicola priva di idee e dalla sceneggiatura mediocre. Così avranno pensato, nel 1997, critica e pubblico quando hanno pensato di disertare le sale dove si proiettava Lolita, film di Adrian Lyne, tratto dal libro omonimo di Vladimir Nabokov ed, oltretutto, remake dell’omonima rivisitazione di Stanley Kubrick del 1962. Un autentico oltraggio, si direbbe, e si dirà.

Ma è l’ora di riabilitare il buon nome di questo film e di dire che il film di Kubrick non è alla fine tutto questo capolavoro. Anzi, diciamolo pure, il film di Lyne, sia come visione registica che come immersione nella perversione dei personaggi principali, a mio avviso, è addirittura superiore al predecessore. Non avendo letto il libro, mi baso ovviamente sulle visione e ci tengo a dire che Kubrick è il mio regista preferito, per evitare sommosse pubbliche nei miei confronti.

La storia di Lolita la conoscono tutti: nel 1947 il professor Humbert Humbert (Jeremy Irons) va ad insegnare letteratura francese in una piccola città del New England e viene ospitato dalla vedova Charlotte (Melanie Griffith). Durante la visita all’appartamento è stregato dal fascino della dodicenne Lolita (Dominique Swain) che gli ricorda il suo amore adolescenziale. Pur di stare accanto a Lolita, Humbert sposa Charlotte che, scoprendo tutto tramite il diario del professore, decide di fuggire, ma viene investita da un’auto e muore. Humbert decide così di viaggiare attraverso l’America con Lolita, un viaggio sempre più burrascoso col passare dei giorni.

Lolita 1997

Lyne, a mio avviso, è un grande regista, lo ha dimostrato in numerose occasioni, ma soprattutto in Allucinazione perversa. Osservando la sua filmografia salta all’occhio che Lyne, nella sua visione personale di Lolita, vuole rimarcare soprattutto la natura corrotta, perversa e sensuale dell’adolescente Lolita e la passione malsana di Humbert. In molti casi, pur non mostrando, Lyne lascia intendere, con un magistrale gioco di immagini, riferimenti e parole, ciò che è in atto sessualmente nel rapporto incestuoso tra Humbert e Lolita.

Il viaggio dei due è sempre più un crescendo sia di ritmo sia della discesa nell’incubo del professore, ossessionato ogni giorno di più dall’idea che Lolita abbia un piano per abbandonarlo e Lyne fa capire benissimo che, mentre la ragazzina ha il controllo completo della situazione, il professor Humbert è sull’orlo della pazzia e dà spesso in escandescenze. Tutto ciò si conclude con la fuga di Lolita con un altro uomo (Frank Langella) che porta alla distruzione totale del professore che perde qualsiasi lume di lucidità. La discesa nell’incubo si conclude con una scena finale con peni ballonzolanti che suscita ilarità, una drammatica ilarità.

Ottima la prova recitativa dei personaggi principali con un Jeremy Irons molto intenso (tra l’altro, ricordiamo, fu amante di ninfette anche in Io ballo da sola) e una Dominique Swain bravissima e credibile nella sua sensualità ed innocente (?) perversione. Un vero peccato che, a causa del fallimento totale della pellicola, si siano quasi completamente perse le tracce di questa piccola e brava attrice, l’ombra di Kubrick può fare questo ed altro. Se, però, vogliamo fare proprio dei paragoni, bisogna dare atto a Lyne che questa sua versione, rispetto a quella di Kubrick, presenta una maggiore profondità psicologica dei personaggi e l’Humbert di Lyne mostra maggiormente la sua depravata passione rispetto a quello di Kubrick e la Swain fa sembrare la Lolita recitata da Sue Lyon un’educanda. Il Lolita degli anni Novanta è molto più esplicito della versione dei Sessanta e ciò fa solo bene perché rende il tutto più tangibile e verosimile.

See You Soon.

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