E Dio disse a Caino (Antonio Margheriti, 1969)

di Fausto Vernazzani.

La critica italiana fa di tutto per nascondere il cinema di genere nostrano, eppure più ne guardo e più ne sono incantato. Non è facile trovare il “capolavoro”, ma non appena arriva l’annuncio finale del termine del film è complicato togliersi di dosso quelle immagini scolpite con l’aggressività d’un bambino infuriato. Si confondono gli ordini morali e l’etica si capovolge. Scovare la bellezza nella cattiveria è un diktat nello spaghetti western. Il finale di C’era una volta il West o di Per qualche dollaro in più di Sergio Leone sono più commoventi di un The Million Dollar Baby, un po’ come lo sguardo crucciato dai mille rimorsi e dalle piaghe aperte d’una vita infame di un Franco Nero o un Klaus Kinski riesce a trasmettere. Ai grandi film di questo genere non posso non aggiungere E Dio disse a Caino.

Gary Hamilton (Kinski) ha appena terminato di scontare per buona condotta la sua condanna ai lavori forzati, dieci anni durante i quali ha covato la sua vendetta, raccogliendo le energie per tornare nel suo villaggio e farsi giustizia. Colpevole è Acombar (Peter Carsten), il “Signore” del paese che un tempo fu patria di Hamilton, abitante della sua vecchia fazenda, compagno della sua Maria (Marcella Michelangeli) e padre dell’ignaro Dick Acombar (Antonio Cantafora). Dieci anni fa qualcosa accadde tra Acombar ed Hamilton, ed ora lui è tornato per prendersi ciò che era suo, scrivere un nuovo significato per l’innocenza e la colpevolezza sul vocabolario del West.

La meccanica è sempre la stessa: un uomo torna nella sua vecchia casa per cercare vendetta. La Rache rientrante nel titolo tedesco (co-produzione italo-tedesca) Satan der Rache, a cui si aggiunge un’atmosfera tutta nuova per un’opera del genere: l’uomo si fa forte dei fenomeni naturali, un tornado colpisce il villaggio ed arriva al tramonto così come Hamilton, ed E Dio disse a Caino diventa una sorta di horror cupo in tono con la filmografia di Antonio Margheriti. Un regista deciso a cambiare, a dare agli occhi di Kinski (la consapevolezza), Cantafora (la paura) e Carsten (il senso di colpa) lo stesso fondo di terrore, suggerisce colpi di scena “standard” del genere senza però confermarli, puntando tutto su una verità poco importante se messa in confronto all’aspetto formale del film.

La macchina da presa segue il vento, inquadra nella notte la morte degli uomini di Acombar e guarda al cielo mentre dalla terra arriva l’attacco di Hamilton, un Kinski il cui ingresso nel film è degno di una delle famose “entrate alla Kinski” dei capolavori di Werner Herzog. Intanto le musiche di Carlo Savina richiamano ai canti degli schiavi africani nelle piantagioni di cotone ed in pochi secondi si aggancia ai classici temi musicali dello spaghetti western. Conferma la non importanza dell’ambientazione, quanto quella della tecnica e dell’omaggio cinematografico – eccezionale il duello nella stanza degli specchi -, lo studio di una pellicola per dare all’universale lo spazio che merita nel genere. Un grande film, non un capolavoro, che consiglio a tutti coloro che vorrebbero iniziarsi a questo genere di cui noi italiani dovremmo andar fieri (non chi vive oltreoceano), sarete ampiamente ripagati.

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