Rollerball (Norman Jewison, 1975)

Rollerball: il 2018 visto dagli anni Settanta.

La decadenza dei nostri giorni ce la ricorda la fantascienza degli anni Settanta. In quegli anni l’uomo ha immaginato il futuro devastante del pianeta Terra, arido e secco, popolato da miliardi di formiche che non hanno più nulla di umano se non i loro normali bisogni da animali. R

aro è vedere uno sguardo dall’alto, vedere il futuro distopico immaginato da quelle persone attraverso i piani alti dove la devastazione ancora non è di fronte agli occhi di tutti.

Ribellarsi al sistema

Jonathan E è uno sportivo di grande livello, un maestro del Rollerball, gioco violento del futuro 2018, l’unico a esser stato in campo per così tanti anni, l’unico a essere riconoscibile in ogni paese.

Il successo di Jonathan è così grande da spaventare le corporazioni, i discendenti delle lobby odierne riuscite a portare il capitalismo al controllo completo del mondo attraverso le quotazioni di mercato.

Le città sono proprietà di aziende dell’energia elettrica, del petrolio o magari dei trasporti e gli amministratori sono i padroni, sostenitori di una sola regola: l’individuo non deve avere più alcun potere.

La passione per il Rollerball di Jonathan diventa così qualcosa di più, il suo insistere nel continuare rappresenta per i tifosi una lotta contro il sistema, una battaglia all’ultimo sangue contro chi vorrebbe schiacciare il singolo.

James Caan contro tutti

Alla regia il canadese Norman Jewison, saturo come suo solito di una vena ribelle, diviso tra atmosfere d’azione e foschie felliniane.

Rollerball si apre e si chiude con due scene mozzafiato, il gioco viene rappresentato quasi nella sua interezza in ogni partita, il volo sui rollerblade di ogni giocatore è sanguinoso, l’omicidio non è contro le regole se queste sono disattivate dall’organizzazione: una strage vera e propria si compie di fronte al pubblico lobotomizzato.

Dall’altra parte ci sono invece le feste, di cui Jonathan E, alias James Caan, è il protagonista spento, come una sorta di Marcello Mastroianni alla ricerca di un senso nelle sue passeggiate ne La dolce vita.

Un futuro fermo

La spensieratezza si confonde con il vuoto cerebrale, il divertimento consiste nel correre in abito da sera nell’umidità di colline così false da risultare opera dell’uomo più che della natura, sbeffeggiata e distrutta per il vano divertimento d’una società in rovina anche nei piani più alti.

Jewison sfrutta lo script di William Harrison dandogli una forte connotazione politica che ancora oggi può essere sentita vicina, in questi giorni in cui il capitalismo ha dimostrato di essere un sistema che non funziona più.

Uno schiaffo che si manifesta anche nei costumi, poco distanti da quei modelli che spopolavano negli anni Settanta, come se Jewison avesse immaginato un futuro fermo.

Diamanti da rispolverare

L’evoluzione è solo nella bramosia di sangue del popolo, addestrato a frustate a godere della morte dei giocatori, ignari di tutto ciò che viene tramato alle loro spalle, incoscienti di ciò di cui sono rappresentanti.

Da una spinta simile soltanto poteva nascere il disinteresse verso i personaggi e gli amici di Jonathan E, come il duro Moonpie (John Beck), e la moglie Ella (Maud Adams), non forti sul piano recitativo quanto il corporato Bartholomew (John Houseman).

Rollerball è un classico tutto da recuperare e rivalutare, un diamante nel cinema di genere degli anni Settanta.

Fausto Vernazzani

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