Hitchcock (Sacha Gervasi, 2012)

Sacha Gervasi presenta Hitchcock

La vita dei più grandi maestri del cinema è costellata di premi alla carriera, ma mai per le singole opere da loro realizzate, spesso ostracizzate o non apprezzate dalla critica al primo colpo, quello decisivo per il successo da parte di un certo tipo di pubblico.

Alfred Hitchcock non fece eccezione, mai un Oscar nella sua vita, ma solo il Life Achievement Award da parte dell’’American Film Institute nel 1979, eppure si tratta del regista per eccellenza, di un nome influente della settima arte del secolo scorso.

L’’impresa di portare sullo schermo la celebre ombra di Hitchcock sapevamo sarebbe stata prima o poi messa in atto e nel 2012 sia Toby Jones che Anthony Hopkins hanno vestito i panni dell’’autore di Vertigo, tuttavia in vesti ben diverse.

Hopkins è protagonista di Hitchcock, prima opera non documentaristica di Sacha Gervasi, una sorta di biografia incentrata sul rapporto tra Hitch (perfetta la battuta “Keep the Hitch, hold the Cock”) e sua moglie Alma, corpo e anima di Helen Mirren.

Il tutto sul set di un film, il più complesso diretto dal celeberrimo maestro del brivido, ovvero il cult del cinema horror Psycho, primo adattamento – vi si avvicinò anche Gus Van Sant negli anni Novanta – del romanzo omonimo dello scrittore Robert Bloch.

L’ombra dei contro e la luce dei pro

Una commedia inusuale su di un Hitchcock che la notte si alza per recuperare le calorie sfuggite mangiando sedano di giorno, sul suo peculiare rapporto con le bionde, tra cui Janet Leigh (un’inutile Scarlett Johansson) e Vera Miles (Jessica Biel, ancor più inutile) e sul suo assoluto bisogno di sentirsi superiore con chi cerca di schiacciarlo.

Tutto sommato un’’opera ben congeniata, trasposizione del saggio di Stephen Rebello, Alfred Hitchcock and the Making of Psycho, da cui sono estrapolati gli aspetti reali della produzione per esser miscelati con una discreta abilità ai problemi di una coppia, su cui ancora si dibatte circa i meriti dei film di Hitch, in età avanzata.

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Se alcuni dei più grandi dei suoi estimatori del passato, come ad esempio François Truffaut, guardassero Hitchcock è plausibile immaginare non sarebbero contenti di vederlo rappresentato come una sorta di bambinone capriccioso, la cui immaginazione è sovrastata da un Caino immaginario, l’’idea peggiore dietro il film di Gervasi.

Guardandolo però come un’’opera ingenua e non troppo pretenziosa, puro e semplice intrattenimento senza meriti storici e/o artistici particolari, si riesce a evitare di odiare questa versione di Hitchcock, precisa nonostante Gervasi utilizzi il bisturi sbagliato per rendere al pubblico odierno una nuova immagine del grande Maestro.

Riuscire a evitare di pensare che Hopkins è tremendo sotto quel trucco è il primo degli obiettivi che lo spettatore deve porsi, altrimenti il make-up posticcio non farà altro che distrarvi dal resto della storia, rovinandovi una visione a suo modo piacevole.

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La proiezione finale

Come da manuale ci si trova infine a considerare le qualità di un biografico solo nelle capacità dei suoi protagonisti e certamente è impossibile lamentarsi di un lavoro in cui Anthony Hopkins ed Helen Mirren dividono la scena, due titani privi di imperfezioni, nonostante la sceneggiatura non li aiuti a brillare quanto potrebbero.

Il focus su Alma è però un sostegno in più per la Mirren, di gran lunga più interessante, anche perché personaggio meno rappresentato nonostante la sua importanza, ben oltre l’idea della donna dietro ogni grande uomo. Alma Reville sappiamo ormai fu la più importante collaboratrice di Hitchcock, senza cui non avremmo tanti capolavori.

Non sorprendono, ma aggiungono il giusto colore ai protagonisti secondari – tutti star e grandi personaggi della Hollywood raccontata da Hitchcock – attori come James D’Arcy, qui impegnato nel vestire i doppi panni di Anthony Perkins e Norman Bates, e il grande caratterista Michael Stuhlbarg, il deciso agente Lew Wasserman.

Fausto Vernazzani

Voto: 3/5

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