BERLINO63: Materia Oscura (Massimo D'Anolfi e Martina Parenti, 2013)

di Francesca Fichera.

“L’essenziale è visibile agli occhi” nella Materia oscura di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, quarto lungometraggio documentario firmato dalla coppia di registi italiani e presentato in prima mondiale alla  63esima Berlinale. Tutto si svolge in Sardegna, fra le ampie sterrate di Salto di Quirra, sotto un cielo immobile e terso spaccato in due da improvvisi boati: quelli dei brillamenti programmati dal Poligono Sperimentale del luogo, nato nel 1956 e fin da allora attivo. Lontano dai cuori di molti e sotto gli occhi ingenui di pochi.

Tante le testimonianze dirette – ma nascoste – dell’attività della base militare, cumuli di pellicola e di filmati “di repertorio” che D’Anolfi e Parenti includono nel lento – ma efficacissimo e funzionale – progredire del loro discorso, atto a definire il non-mostrato, l’invisibile; a filmare “ciò che non c’è“. Il senso di Materia oscura prende corpo fra le righe del suo estenuante silenzio: una narrazione costruita con le immagini, che si avvale del minor numero possibile di parole per dar spazio alle intrinseche possibilità della visione. Un ‘guardare’ fermo e votato al distacco, i cui quadri, però, fanno da tassello nella composizione di quello che è a tutti gli effetti il percorso di un viaggio, di un dinamismo narrativo capace di accostare cause ed effetti del silente orrore sardo senza analizzarle nel dettaglio, ma spingendo lo spettatore a ricercarle.

Quegli stessi occhi, quando a materializzarsi è la grandezza delle cose piccole (nel dolore, specialmente in quello), sono disposti anche ad avvicinarsi – come prova l’interminabile e terribile sequenza del sezionamento del topo, l’unica in cui la tragedia si fa voce oltre che corpo e suono, onde riportare una parte degli agghiaccianti dati sull’inquinamento prodotto dagli esperimenti del Poligono. E mentre la mdp si allontana ancora, scorrendo su un lunghissimo nastro di terra che si lascia alle spalle l’ennesimo cadavere storpio, figlio animale di un’umanità disumana, si ha la sensazione di aver visitato concretamente un posto, una porzione di mondo sconosciuta, che resta lì a racchiudere le sue verità, le sue contraddizioni, la sua realtà ambivalente, a metà fra l’ancestrale che muore e il nuovo che uccide.

 

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