Primer

Primer (Shane Carruth, 2004)

Primer: viaggio nel tempo e nella fisica – di Fausto Vernazzani.

I don’t want to talk about time travel because if we start talking about it then we’re going to be here all day talking about it, making diagrams with straws.

Recita così una delle battute principali, e anche la più furba, del personaggio di Bruce Willis nel film Looper, in uscita in Italia domani dopo mesi di ritardo. Sono poche parole da cui possiamo capire molto se le colleghiamo all’apparizione nei titoli di coda dello Special Thanks to Shane Carruth. Per chi non sapesse chi sia Shane Carruth, la risposta è molto semplice: lui è l’autore del miglior film mai realizzato a tema viaggio nel tempo.

Datato 2004, Primer è un film di fantascienza che vede protagonisti due amici, Abe  (David Sullivan) e Aaron (lo stesso Carruth), i quali nel tentativo di scoprire un modo per ridurre la massa degli oggetti, inventano un apparecchio capace di far viaggiare cose e persone nel tempo. A questo punto Bruce Willis direbbe ch’è meglio evitare di entrare nel dettaglio, ma Carruth decise di non arrendersi, arricchendo il suo film con un linguaggio tecnico incomprensibile per buona parte del pubblico.

Dialoghi incentrati su fisica, chimica e implicazioni del mezzo sono il pane quotidiano di questa breve pellicola, sempre più complessa con lo scorrere del tempo, vero protagonista delle avventure di Abe ed Aaron. Due scienziati, due esseri umani col chiodo fisso per l’invenzione, ma mai per le conseguenze, pesanti ed insormontabili nel momento in cui l’amicizia tra i due viene incrinata a causa delle loro intenzioni: fare soldi è il primo obiettivo, cambiare gli eventi il secondo, ma come comportarsi con i doppi creatisi, con le linee temporali coincidenti e con gli incidenti fisici di estranei? Primer non è affatto il classico film di fantascienza realizzato per impressionare con scenografie ed effetti fantastici ed al limite dell’incredibile, tutt’altro, mettendoci nella posizione di dubitare della catalogazione di genere a cui viene sacrificato il film sin dall’inizio.

Non un film per stupidi, dal design narrativo ideale per lo spettatore desideroso di pensare, sottoposto ad una lezione intensiva di fisica ammorbidita da due personaggi coinvolgenti tanto quanto anonimi nel loro essere così reali e fedeli all’idea storica dello scienziato scopritore di una grande invenzione per puro caso e in un luogo ben lontano dai laboratori ultra-tecnologici a cui il cinema ci ha abituato. Sotto il sole della periferia di Dallas, Carruth sovraespone Primer e lo inscrive in un clima di tensione suburbano dove nella calma l’umanità compie il più grande passo dell’evoluzione tecnologica delineato da una regia che preferisce la verità inconfutabile dei numeri al vuoto degli aggettivi. “Parole in più” secondo Saramago, fattori di distrazione secondo Carruth.

Vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance nel 2004, Primer è oggi un esempio per registi come Rian Johnson, il cui Looper deve appunto molto alla concezione di Carruth dei viaggi nel tempo (oltre ad un vero e proprio aiuto in fase di pre-produzione), spintosi però verso l’intrattenimento da cui è invece fuggito il primo, nel tentativo di coinvolgere lo spettatore in un’esperienza differente. Un must dello sci-fi, nato per ridefinire il genere e conferirgli un’impronta più realistica, un po’ come, con più spavalderia e la tipica nota di black comedy del cinema spagnolo, fece un altro genio del genere, Nacho Vigalondo, con il suo Los Cronocrímenes, di chiara ispirazione “carruthiana”.

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