A Royal Weekend (Roger Michell, 2012)

di Fausto Vernazzani.

È bizzarro vedere un regista british nell’anima dirigere un film elogio per il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, costellato di sfottò a destra e sinistra per la Corona inglese del “Bertie” dal pubblico tanto amato dopo la giusta interpretazione di Colin Firth ne Il discorso del Re. Nel 1939 due cose accaddero per FDR: una, la meno importante tra le due, è l’inizio della sua relazione con la cugina di sesto grado Daisy Stuckley, l’altra, evento storico, era il dover far da ospite nella sua residenza a Hyde Park (on Hudson) per il Re Giorgio V e la Regina Elisabetta. Tra le due faccende in cui A Royal Weekend, del regista di Notting Hill, Roger Michell, decide di addentrarsi a vincere sembra il terzo litigante: il nulla.

Sebbene Hyde Park on Hudson sfoggi interpreti d’alto livello, tra cui Bill Murray nel ruolo del Presidente, l’intera storia sembra essere persa nell’indecisione È un film su Roosevelt e Giorgio V o su Franklin e Bertie? O, ancora, vuol parlare delle amanti di Roosevelt? A Royal Weekend rimbalza da una parte all’altra come una pallina da ping pong impazzita, colpita senza alcuna particolare spinta atta a farci comprendere quali siano le ragioni del film, che di certo non può vantare grandi esempi di accuratezza storica tali da farcelo apprezzare come opera biografica di rilievo. A poco servono quel pugno di idee azzeccate, per lo più inquadrature che riprendono di spalle Murray/Roosevelt intento ad abbracciare Daisy in un campo di lavanda, ad ascoltare una banda di boy scout, o nell’oscurità per essere presentato senza alcuna verve nel prologo.

Spento, come un pezzo d’argenteria a cui vien negata la lucidatura dai secoli dei secoli (amen), A Royal Weekend è il film su cui vengono stesi panni intinti in colori che non appartengono alla natura del materasso che vi è sotto: venduto come una commedia, grazie allo status di Bill Murray e di Olivia Colman, qui nelle vesti della Regina Madre, delude anche a causa delle aspettative mancate, sia proposte dal marketing (poster, trailer, dichiarazioni varie), sia dagli autori stessi del film. In poche parole, un fallimento completo. Gli attori sembrano sperduti nei loro intimi duetti, Samuel West (Bertie) e la Colman coi loro blandi litigi matrimoniali, decorati dall’occasionale balbettio (immancabile grazie ad Hooper), il duo intercambiabile di Murray e Laura Linney (la mistress Daisy), o Murray e Olivia Williams (la leggendaria Eleanor).

Impossibile non vedere il potenziale del soggetto di partenza, su cui si poteva navigare ed andare oltre per raccontare con maggiore simpatia questo momento storico, in cui Regno Unito e Stati Uniti d’America suggellavano la loro alleanza con un Hot Dog, ma purtroppo Michell sembra aver scelto di esprimere tutto ciò come fosse la storia di una famiglia normale di tutti i giorni. Il quotidiano, l’inutile e i tempi morti di una vicenda di cui sono stati saltati tutti i punti d’interesse, per poi di colpo tornare all’infatuazione adolescenziale di Daisy per il collezionista di francobolli ed ex-avventuriero Franklin, poi risolta in un finale privo di ogni credibilità. Cos’è dunque A Royal Weekend? È un successo se Michell desiderava rendere qualcosa di vero così fasullo da far dubitare della sua veridicità, o un fallimento se il suo scopo era tutt’altro.

Sicuro è che la voce narrante di Daisy/Linney annoia e spezza il ritmo già lento come una mannaia impietosa, nei personaggi non scorre linfa vitale, e quelle scene, con molta probabilità destinate ad essere il top, come l’incontro privato tra Roosevelt e il Re, finiscono per divenire imbarazzanti esempi di come senza una guida un film possa spegnersi fino a sgonfiarsi inesorabilmente.

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