Elizabethtown (Cameron Crowe, 2005)

di Francesca Fichera.

La superficialità è subdola: usa sempre più spesso travestirsi, profittando dell’intontimento che una serie di parole a raffica dall’apparente acume riesce, il più delle volte, a generare. Di questa casistica fa parte anche Elizabethtown, commedia sentimentale di Cameron Crowe molto gradita al pubblico. I protagonisti, un Orlando Bloom e una Kirsten Dunst freschi, carini e vivaci, sono due giovani giunti a uno dei tanti decisivi bivi della vita: lui ha da poco perso suo padre, al quale teneva molto e che ricorda in numerosi flashback, e si sforza di rientrare a tutti i costi nel ruolo che la società gli ha imposto da quando ha lasciato il nido famigliare; lei è una hostess che per sopperire alla solitudine intorno alla quale, ingiustamente (per l’età che ha e per l’intelligenza che dimostra), gravita, si diverte a studiare ed aiutare le persone che incontra. “Supplenti” rispetto al corso principale delle loro esistenze, Drew/Orlando Bloom e Claire/Kirsten Dunst ne costruiscono un sottoinsieme, più simpatico e colorato, in linea con i lati sopiti delle loro personalità e dei loro sogni. Finito il soggiorno temporaneo nella località che dà nome al film, ogni cosa tornerà al suo posto di sempre… o forse no?

Sugli effetti del crescere e del divenire, Cameron Crowe confeziona una riflessione in forma di commedia ai confini del surreale, disseminata di stereotipi e di gag dalla comicità presunta ma, purtroppo, mal riuscita, che laddove non realizzano l’intento di far ridere, anche se debolmente, finiscono non di rado col creare imbarazzo. Nel suo ritorno al paese d’origine, il Drew di Orlando Bloom è un pallido esempio di personaggio quanto di essere umano, scolpito da una mimica forzata e da un profilo psicologico praticamente nullo. Lo segue la maggior parte degli attori, evidentemente mal diretti se anche la discreta Susan Sarandon, nei panni della “vedova californiana” del bel padre di Drew, fa la figura della scema, al suo apice durante il ridicolo discorso commemorativo in onore del marito. Faro nel buio, sebbene nei limiti del “salvare il salvabile”, sono due piacevoli presenze: la musica e Kirsten Dunst. La prima spaziante dalla malinconia dell’indie recente alla potenza dei grandi classici del rock, uno su tutti l’eterna Freebird dei Lynyrd Skynyrd – il cui migliore utilizzo cinematografico rimane, sempre e comunque, quello fatto da Rob Zombie sul finire di The Devil’s Rejects; la seconda in veste di unica figura umana veramente approfondita, e dunque credibile, dell’intero film, resa ancora più speciale dalla versatilità del suo talento.

Non è un caso se il finale, la parte di Elizabethtown che garantisce il minor numero di sbadigli, si fonda esclusivamente su questi due elementi. Tuttavia, mentre le canzoni scorrono assieme alla strada e gli occhi ridenti della Dunst danno un po’ di colore in più al paesaggio, ci si torna a chiedere se il viaggio abbia davvero più importanza della meta, quando non si ha la giusta idea di come mettersi in moto e partire.

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