Kotoko (Shin'ya Tsukamoto, 2011)

di Fausto Vernazzani.

Il mondo per Kotoko non è uno solo, ma uno spazio in cui due diversi piani scivolano fianco a fianco imponendo ai suoi occhi di vedere due facce della stessa persona. Vedere doppio non è materia d’ubriachezza o d’alcol, Kotoko vede di ogni persona il suo secondo, spesso tutt’altro che amichevole, ma è impossibile distinguere il vero dal falso: difendersi da chi l’attacca la costringe a cambiare quartiere di volta in volta, per il bene di se stessa e di suo figlio Daijiro. La vita è insopportabile, circondata dal chiasso generato dalla sua mente e dai pianti del bambino, ma il suo corpo continua a sanguinare ogni volta che lo viola con una lama, urlandogli “Vivi!”. Cantare è l’unica cura ai Doppi, il mondo diventa così uno solo, ma è quello giusto?

Il vincitore della sezione Orizzonti di Venezia, sezione a cui spesso ha partecipato il regista cult Shin’ya Tsukamoto, sembra  essere uscito da un romanzo di Stephen King per essere contaminato con la follia della cantante e musicista techno-pop Cocco – o anche Kotoko. La collaborazione tra i due si palesa nell’immediato come una delle più fruttuose della storia del cinema contemporaneo, una fusione d’intenti e di idee che coincidono e si schiantano l’una contro l’altra in un processo chimico che ha dello straordinario: la voce di lei esprime il surreale, la sua storia di follia ed autolesionismo sogna il reale e la regia di lui c’insegna il caos e la perfezione del cinema puro.

Ispirato anche in parte alla vita della stessa cantante, Kotoko è in parte biopic, il più coraggioso ed angosciante mai scritto per il Cinema, diretto con una maestria che ricorda i tempi della meraviglia punk Tetsuo, maturata in una consapevolezza ed un potere espressivo che si riassume nella scena d’apertura e di chiusura, gemelle di pura bellezza cinematografica. Una danza di fronte al mare ed una danza nel mare che l’invade, la protagonista Kotoko, visitata dal distaccarsi d’un mondo rispetto all’altro, non è più nel potere di distinguere il mare dalla terra, il male dal bene ed il tempo che fu dal presente.

Tutto è cancellato dal terrore di un pericolo costante, insediato dentro la propria follia o nella sopportazione dello scrittore Tanaka (lo stesso Tsukamoto), valvola di sfogo per la rabbia e la pazzia di chi sarebbe disposto a tutto pur di evitare sofferenza e miseria al proprio figlio/compagno. La paura di una guerra, secondo il regista, la paura di un assalto da parte del nemico sotto la pelle di chi crediamo sia nostro vicino e compagno d’avventura e sventura, il vivere costante in un’inquietudine trasmessa per filo e per segno allo (s)fortunato spettatore, immerso in un trauma immaginifico che è come l’affogare nell’acqua per un pesce che ha paura del suo stesso elemento.

Kotoko si iscrive per diritto nel registro dei grandi capolavori del cinema giapponese, con la sua sapiente e crudele visione, e delle grandi coppie attore/regista, la quale in questo caso va oltre il semplice scambio tra dietro e davanti la macchina da presa, ma si mescola in un impasto che sgretola il muro di separazione: verità e realtà nascono da un processo che inizia con una macchina da presa tremante spinta a riprendere qualcosa che è già stato ed allo stesso tempo non è mai stato. Un’esperienza unica e personale.

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