Hello, Canada! Il prodigio Xavier Dolan e le teorie dei terremoti sentimentali

Succede che un giorno ti concentri sulla selezione di Cannes, spulci i nomi di registi che fino ad ora tu non avevi mai sentito nominare. Fischietti tra te e te per poi rimanere incuriosito dal nome Xavier Dolan. L’avevi già sentito. Ne avevi già letto da qualche parte. Decidi di fare qualche ricerca, scopri che il canadese sta per produrre il suo quarto film mentre il terzo, Laurence Anyways, è stato presentato due giorni fa per la sezione Un Certain Regard. Leggi che è nato nel 1989, ha solo 23 anni, ma ogni sua pellicola è stata presentata alla Croisette, un festival che non è certo un trampolino di lancio, ma la piscina d’arrivo per ogni cineasta di questo mondo: è il risultato del tuffo. Capita però di tanto in tanto che qualche persona nel mondo si distingua e mostri d’aver un talento naturale – perché solo così si può definire – ed a 19 anni Xavier Dolan dirige il suo primo film J’ai tué ma mère.

Tradotto nel titolo internazionale I killed my mother, l’opera prima vince raccoglie consensi in giro per il mondo, si guadagna la gloria passo passo nelle sezioni minori dei festival, tra cui appunto Cannes, il quale probabilmente inaugura i favori della Francia nei confronti del neanche ventenne Dolan, più apprezzato nel vecchio continente che nel Quebec di cui è figlio. Ovvio che la scarsa attenzione della sua provincia canadese non è destinata a durare, la forza con cui Dolan si è imposto lo porta a vincere i premi della critica a Toronto e Vancouver, che gli danno un calcio da sotto la sedia, facendolo alzare e guardare dall’alto il suo banale ruolo d’attore ragazzino di cui prima era investito. Un bel viso, una bella presenza che lo hanno introdotto nel mondo del cinema, un orientamento sessuale che nulla ha a che fare con la bellezza delle sue pellicole – se non in termini narrativi – e che si distanzia dall’idea di denuncia, di rivalsa e segue la via della rappresentazione, diventando a tratti autobiografica, quindi intima e non globale.

Attore protagonista del suo primo film (pertanto molto vicino al sé di cui vuole raccontare) parla del difficile rapporto con la madre, persona differente in toto da quanto lui è diventato: amante dell’arte, dello stile e di una vita libera da passare tra le sue fantasie, d’origine letteraria, la cui matrice resterà canadese anche nel film successivo, e pittorica, dimostrata tramite uno spiccato apprezzamento nei confronti di artisti come Jackson Pollock e la tecnica del dripping. I killed my mother alterna i numerosi litigi con la madre e l’adulto e bambinesco comportamento di Hubert (X. Dolan) ad una serie di intervalli – in realtà video-diari di lui stesso – in cui un bianco e nero estemporaneo racconta emozioni e sensazioni, regala pillole di saggezza dal punto di vista di chi parla, come le citazioni inserite sullo schermo. Come una sorta di saggio che necessita di fonti, le parole di altri autori e artisti sottolineano il messaggio, semplice ed effimero, del romanzo filmico di Dolan, caratteristica che ritornerà anche in seguito.

In un’intervista a Cannes nel 2009 dichiarò di non voler rompere alcuna regola, di non voler andare fuori dagli schemi, ma di seguire semplicemente ciò che gli piace: centrare i suoi personaggi, inquadrarli in quadri ricolmo d’aria e di decoro, da cui traspariscono scenografie decise e non casuali come potrebbe capitare in una qualunque produzione low-budget. Il reparto ‘stilistico’ gli interessa, l’occhio non deve cascare su elementi fin troppo reali e lontani dalla distrazione, da quelle due ore di lontananza dal mondo, come lui definisce i film. E’ per questo che si concentrerà tantissimo sui costumi del suo secondo film Les amours imaginaires. Probabilmente un modo di dire, ma la traduzione mentale de “Gli amori immaginari” è errata al contrario della giusta inglese che sta per Heartbeats, titolo con cui è stato distribuito a livello internazionale.

Seismography. You bore cables and sensors into the ground. You blow it up and you can make maps. Based on the vibrations, you can see what’s underground.

Xavier Dolan divide lo schermo con Monia Chokri e Niels Schneider (già presente con un piccolo ruolo nel precedente) in un triangolo amoroso inesistente. Francis e Marie s’innamorano perdutamente di Nicolas e pur essendo amici non confessano l’attrazione per il terzo, ma anzi se lo contendono cercando di attirarlo dalla loro parte con falsità, abiti attillati o particolarmente attraenti, regali e finti gusti condivisi. Si accentua qui lo stile de J’ai tué ma mère, torna l’amore per la letteratura francofona del Canada (Gaston Miron e Bernard Marie-Koltés citati esplicitamente), una musica meno contemporanea e più classica, come gli abiti indossati da lei, d’un “vintage che non dovrebbe ritornare”, tra cui la versione italiana di Bang Bang cantata da Dalida. Una cultura che va dal nazionale ad un’internazionale vago e non deciso si palesa e si lega alla perfezione ad uno stile registico che pare unire il cinema d’Oriente alle frange più pacate e riflessive dell’indipendente produzione statunitense o della grande Hollywood d’autore.

Una fotografia curatissima, dei dialoghi costruiti nel dettaglio, la recitazione tenuta stretta fra le righe ed una forza comunicativa impressionante fanno capire che Dolan a vent’anni sembra già aver capito tutto del mondo dei film: narra dell’irrazionalità dell’amore, della sua crudeltà nello spingere amici contro se stessi per amore della stessa persona, di un amore lontano dalla soddisfazione fisica che entrambi i protagonisti sanno trovare pur non vivendone il sentimento la cui assenza li affligge. I contenuti ben si accompagnano alla regia fatta di movimenti tenui, nervosi quando richiesto dalla scena e di slow-motion, ma anche di grandi spazi che occupano lo schermo ponendo in risalto quegli angoli brevi tenuti in vita dalla presenza di chi è protagonista.

Xavier Dolan non è Orson Welles, ma non lo è perché i tempi sono diversi, ma la genialità la condividono nella sua manifestazione precoce sulla cui durata si dovrà solo scommettere, ma nelle sue prime opere non ha deluso, bensì convince con astuzia, abilità e una certa dose di fantasia. Come già detto adesso concorre ancora nella sezione Un Certain Regard con il suo Laurence Anyways e ci si aspettano grandi cose, ed è giusto che la sua opera precedente diventi ora di fama internazionale e riconosciuta anche da un pubblico più vasto. Ed è per questo che ne parlo.

Fausto Vernazzani

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