Turn Me On, Goddammit! (Jannicke Systad Jacobsen, 2011)

di Fausto Vernazzani.

Teen Horniness Is Not A Crime (trad. “L’arrapamento adolescenziale non è un crimine”) è il titolo e ritornello di una canzone cantata da Sarah Michelle Gellar in uno dei film più geniali del passato decennio, ovvero Southland Tales. Dopo aver concluso la visione del film norvegese Turn Me On, Goddammit! non ho potuto non pensare a quella canzone, senza alcun significato, ma il titolo si poggia perfettamente sulla delicata commedia adolescenziale della regista Jannicke Systad Jacobsen. In 72 minuti viviamo la storia di Alma, una ragazzina di 15 anni che abita nella piccola città di Skoddeheimen, decorata da montagne, altre montagne, strade vuote e strade con trattori, come ci racconta all’inizio la giovane interpretata dall’esordiente Helene Bergsholm.

La mano spesso le scivola tra le gambe, accompagnata dalla voce di Stig (l’attore televisivo Per Kjerstad), operatore di una hot-line che senza alcun tono né espressione “accende” la quindicenne Alma come da titolo. Sono gli anni del fuoco, quelli in cui si comincia a vedere l’eccitazione sia come qualcosa da scoprire, sia come un crimine, a seconda di chi guarda, ma quando l’amore si trova ad entrare in questo “duro” gioco ecco che le cose si complicano: Artur (Matias Myren), ragazzo di cui lei è innamorata, durante una festa fuori dalla vista di tutti quanti, si cala la zip e comincia a toccarla col suo pene eretto. Nel momento in cui lei lo racconta alle sue due amiche Sara e Ingrid (Malin Bjørhovde e Beate Støfring) tutto si sconvolge, la seconda – e sorella di Sara – non le crede e comincia a raccontare in giro quant’è successo e come da manuale, la tipica codardia adolescenziale impedisce ad Artur di dire la verità: conseguenza è che Alma viene allontanata da tutti e chiamata Dick Alma (Alma O’pesc’ direbbero da queste parti).

Il desiderio di fuggire accomuna tutti, personaggi e spettatori d’ogni dove, Alma è ben lontana dal sentirsi a casa nel mezzo del nulla come canta il duo norvegese Kings of Convenience, le cui musiche fluttuanti e il delicato pizzicare delle corde della chitarra fanno da colonna sonora ad un film giovanile. Parlare dei giovani, un obiettivo di molti cineasti, spesso mal raggiunto per via di un’incapacità di vedere le cose per come realmente sono. Essere giovani è essere ipocriti, voler salvare il mondo, ma aver paura di andargli incontro, è lasciarsi andare pur sapendo che qualcuno verrà ferito, ma è anche una spinta interiore verso l’alto, sorridente. Con un delicato humour la Jacobsen contorna la storia con le fantasie di Alma, istanti in cui sogna che il suo datore di lavoro alla Coop (ebbene sì, è anche lì) balla chiedendole di far sesso, istantanee in bianco e nero che si susseguono in stile racconto fotografico raccontando un futuro tremendo che mai si realizza.

Sono 72 minuti dosati col contagocce e colorati d’azzurro dalla direttrice della fotografia Marianne Bakke, la quale preferisce lasciare che la luce naturale domini sul controllo totale della luce come se una delicata brina – tipica del cinema scandinavo odierno – bloccasse l’aria dando l’impressione di una solitudine vissuta persino da ogni singola particella del cielo. Ma, c’è un ma, tutto è rotto dalla recitazione perfetta dei protagonisti, calati nei ruoli di ragazzi impacciati che ancora devono scoprire cosa significa ogni loro desiderio (fuggire, fare sesso, salvare gente dalla pena di morte) permettendo a noi, pubblico, di poter sorridere (allegri o mesti) ricordando di anni passati. Non importa di dove, gli “anni passati” sono “anni passati” per tutti quanti.

 

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