L'assedio - CineFatti

L'assedio (Bernardo Bertolucci, 1998)

L’assedio: una musicale storia d’amore.

Bernardo Bertolucci non è regista che si ricorda per film semplici, né per storie normali. Bertolucci ha in sé il sangue di uno scrittore russo, della potenza narrativa di un Dickens; non mi riferisco ad una semplice associazione di dimensione, a un paragone tra pagine e minuti. È il suo lato grandioso, espanso, quello de L’ultimo Imperatore, di Novecento e perché no, anche del celeberrimo Ultimo Tango a Parigi, il cui racconto estremo di due persone che s’incontrano e si fondono in un solo essere ha radici nel sentimento e nell’emozione di vivere – con tutti i significati legati a questa parola.

Non è uno che si accontenta di narrare un personaggio sotto un unico punto di vista, un unico tempo, un unico spazio, eppure quando si lancia nel racconto intimista è capace di trasmettere molto di più di quanto i decenni di Novecento riescano a fare.

Un paradosso, ma le quattro pareti le trasforma in Regge, ne allarga gli spazi, infonde un significato maggiore agli oggetti che vi respirano all’interno: crea una moltitudine di personalità rappresentate da qualcosa di inanimato, ma che a loro volta sono portatrici di una storia, una vita, un racconto.

Più Italia che Inghilterra

Verso il finale di uno dei suoi film meno noti e più recenti, L’assedio (1998) c’è un’inquadratura fissa di una coperta: è stropicciata, i due protagonisti vi hanno avuto un rapporto sopra, qualcosa di tanto atteso dallo spettatore del film, è solo lei, in quelle pieghe, sa cos’è successo e quei pochi secondi datici da Bertolucci sono sufficienti a creare nella nostra mente le immagini di un momento altissimo del cinema nostrano.

È una co-produzione angloitaliana, ma le mani che l’hanno costruito e portato nelle sale sono d’Italia.

Le strade che vediamo sono le ramificazioni di Piazza di Spagna, una location che appare inusuale per una vicenda che unisce mondi completamente diversi. Tutto inizia in Africa, dove Shandurai (Thandie Newton) viene separata dal marito Winston, arrestato dal governo e portato in una prigione militare.

In preda alla rabbia fugge in Italia, dove intraprende gli studi di medicina con grande successo, ma per mantenersi lavora come governante in uno storico palazzo del vicolo del Bottino, subito fuori l’uscita della metro di Piazza di Spagna. Lì abita Mr. Kinski (David Thewlis) un pianista inglese chiuso, solitario, il quale vive di rendita e dà lezione di piano ai bambini del luogo.

Ogni volta che Shandurai sale a far le pulizie negli appartamenti di Mr. Kinski, lui la guarda, le offre dei fiori, si chiede quali possano essere le note dello spartito che lei rappresenta, quale sia la sua musica, ma non la conosce finché non comprende che quelle sonorità appartengono a qualcun altro.

Così inizia l’assedio, Shandurai è costantemente attaccata dalle nascoste attenzioni del signor Kinski che un po’ alla volta si priva di tutti i suoi beni per capire le sue dita quali tasti devono premere, in che direzione si muove l’amore che scaturisce dalla giovane africana.

Bertolucci rappresenta questa guerra con delle immagini musicali, crea il ritmo con un montaggio veloce, gli dà un significato con la profonda e sentita interpretazione di Thewlis, qui al miglior ruolo della sua carriera. È un film carico di sensualità, con note che scivolano sulla pelle delicata della Newton, la cui carica erotica viene mostrata con l’impeto della sua delicatezza; qualcosa che il regista non riuscirà a replicare nel successivo The Dreamers, in cui l’erotismo si ferma a una semplice esibizione del corpo bellissimo di Eva Green, ma privo del sentimento che viene legato all’incavo del collo, alle spalle, al seno e alle gambe di una straordinaria Thandie Newton.

Il suono dei sentimenti

Tra Mozart e Bach, Beethoven e gli aneddoti su Horowitz, Bernardo Bertolucci compone un’opera in musica, una storia d’amore piena di problematiche che colpiscono il mondo ma che di fronte alla singola emozione di un uomo sono solo cose, oggetti manipolabili, vendibili, pur essendo in certi casi lo strumento della propria passione, la propria energia.

In un assedio del resto non c’è solo la vittoria, prima di raggiungere il cuore del castello si devono contare le centinaia di morti, sia di chi è dentro che di chi è fuori le mura. E lo spettatore è un paziente e impotente testimone di questa romantica carneficina che avviene nel pieno centro di Roma, mutata in qualcosa di rurale ed elegante allo stesso tempo. È raro gridare al capolavoro ma è anche bello poterlo fare, perché vivere un film oltre i suoi limiti alleggerisce mente e cuore, ma questo è uno di quei casi in cui si è più che giustificati a urlarlo.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5


[Quest’articolo partecipa al contest della Mostra Internazionale del Cinema di Pesaro, un’iniziativa diretta a tutti i blogger realizzata per omaggiare i vari ospiti che negli anni sono stati presenti all’evento marchigiano. Per saperne di più su questo “gioco” e seguire meglio il festival di Pesaro, andate sulla pagina ufficiale di Facebook e aggiungetela agli amici e soprattutto votateci. Altrimenti andate sul sito ufficiale http://www.pesarofilmfest.it/ e informatevi su tutto quello che riguarda la prossima edizione che si terrà dal 25 Giugno al 2 Luglio 2012.]

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