FEFF14: Fresh Wave, un focus sulla nuova generazione cinematografica di Hong Kong

Cose che noi italiani possiamo solo sognare sono i Festival come il Fresh Wave International Short Film Festival, progetto nato sotto l’egida dell’Hong Kong Arts Development Council fondato nel 2005, che prevede la produzione di cortometraggi di circa 30 minuti realizzati da giovani di tutto il mondo – ma soprattutto di Hong Kong, com’è ovvio che sia – con un finanziamento non indifferente di oltre 40’000 dollari hongkonghesi e la supervisione di autori affermati, come Fruit Chan e Benny Chan nell’edizione del 2011. L’importanza di una manifestazione simile si è palesata nella separazione dal più noto Hong Kong International Film Festival, diventando così un evento a sé stante. Johnnie To, in quanto presidente della sezione cinematografica del HKADC, si è occupato di seminare in più canali possibili questi prodotti, tra cui quattro in particolare che sono giunti fino al Far East Film Festival.

Noi siamo coloro che attraverso un telescopio osserviamo qualcosa di lontano e irraggiungibile per un paese che della cultura ne fa uno zerbino su cui ci si pulisce i piedi come fosse un concetto estraneo a casa nostra. Tuttavia il fattore (relativamente) rassicurante è che questi cortometraggi non sono opera di un paese superiore che finanzia giovani con un reale talento, bensì pare che punti più a un curriculum invidiabile anziché alla capacità di disegnare con la macchina da presa. Al FEFF ci sono giunti questi quattro titoli:

1+1, di Mo Lai (2010)
The Decisive Moment, di Wong Wa-Kit (2010)
Sew, di Li Yin-fung (2011)
July 1st, An Unhapy Birthday, di Li Miao (2011)

Trattandosi di giovani ragazzi di circa vent’anni ci si può aspettare una certa dose di ingenuità nella scrittura delle sceneggiature, ma questi quattro lavori rappresentano un caso di studio, soprattutto perché sono arrivati fino a noi ed accolti come fossero opera di straordinario valore. Facile che tutto sia avvenuto per intercessione di Johnnie To (“Prendete questi 4 corti o io non vi do il mio film”), ma in ogni caso, è stata veramente dura restare ad occhi aperti fino alla fine della proiezione, durata oltre 2 ore.

Cominciando in ordine cronologico posso raccontarvi della storia di un nonno e della sua nipotina in 1+1 di Mo Lai. Camminano per Hong Kong piantando bambù e raccogliendo monetine da 10 cent che per il vecchietto rappresentano un modo per ricordarsi tutti i giorni della sua vita da oltre 60 anni. Si racconta della vecchia e della nuova HK che non sa tenersi per mano ed accettare l’esistenza e il rispetto per l’uno e per l’altro. Nobili intenzioni per la giovane regista, ma lo stile documentaristico sul nulla di fatto alla lunga stanca e non tutto si può basare sula grande alchimia che si crea tra i due teneri protagonisti, i quali esauriscono le loro vicende in una comica scena finale in cui si “lapidano” lanciandosi addosso quelle famose monetine, con buona pace di una tartaruga che deve aver sopportato fin troppo lo sbattimento dovuto alla produzione di questo corto.

Numero Due è stato il migliore dal punto di vista tecnico – Wong wai-kit viene dalla London Film Academy, non c’è di che stupirsi – ma il peggiore a livello di narrazione. Protagonista è Zio Cheung, un vecchio fotografo che non si separa dalla sua analogica per il suo lavoro di giornalista, cosa in cui non riesce da molti anni a causa di un passato tormentato, ma il talento immenso di catturare letteralmente il secondo lo rende il giusto mentore per il giovane Blackie. Tratto da una storia vera e sanguinosa a livello morale e visivo è un orrore registico dalla splendida fotografia che però non salva una scelta dei quadri che ha del didascalico, un po’ come se Wong stesse gridando a memoria il vocabolario per dimostrare di conoscerne tutte le voci. Così assistiamo ad una serie di soggettive terribili, immagini che si sovrappongono permettendo di far complimenti al montatore, ma un paio di schiaffi per la scelta di realizzare qualcosa di tanto tamarro.

Alla terza opera la voglia di uscire dalla sala è tanta, ma per fortuna arriva Li Yin-fung con il suo Sew che pur facendo elenco di una serie di inquadrature sovraesposte, accrescere la speranza nel povero spettatore ormai annoiato e infastidito. Protagonista è il cosplay con una ragazza innamorata dei suoi personaggi preferiti al punto da non rivolgere la parola alla nonna preoccupata che la piccola prenda una cattiva strada. L’anziana signora teme però l’allontanamento e si impegna a cucire (da qui il titolo Sew) un costume fantastico, fallendo miseramente, ma risollevando la nipote facendole capire che per amore è disposta anche a calarsi nei ridicoli panni di un anime. Una trama simpatica e un finale divertente, ma una regia a tratti banale e composta per lo più da immagini prese e incollate una dopo l’altra senza un apparente criterio stilistico.

July 1st, An Unhappy Birthday è stato il colpo di grazia dopo una tripletta che nel complesso non supera la sufficienza. Ogni primo Luglio ad Hong Kong si tiene una marcia di protesta in memoria della cessione di Hong Kong alla Cina e qui tra varie allegorie politiche scorre lentamente una storia d’amore tra due ragazzi ripresa nello stile di un mockumentary. Inutile dire che per noi occidentali certe cose sono difficili da comprendere, ma il film in sé è come se non avesse una regia né una storia scritta con vero impegno, ma solo una denuncia di sottofondo che deve aver fatto da traino verso una “vittoria” che ha portato la regista Li Miao fino al Far East Film Festival.

Tralasciando gli esiti d questi quattro cortometraggi, l’iniziativa del Far East Film Festival di portare qui i lavori realizzati al Fresh Wave è lodevole, poter vedere cosa realizza anche il “mercato” giovane del cinema asiatico è un modo per capire come si può evolvere quella fetta di mondo sotto il punto di vista artistico e di poter sentire anche la voce dei giovani di Hong Kong.

Fausto Vernazzani

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