Verbo (Eduardo Chapero-Jackson, 2011)

di Fausto Vernazzani.

Il mondo non deve essere necessariamente grigio per dare quella stessa sensazione di tristezza data dal colore in sé. Il cielo può continuare ad essere blu, il verde delle foglie luminoso e persino lo spento colore del terra di siena che riempie il paesaggio con i suoi edifici popolari. Secondo il regista Eduardo Chapero-Jackson è la sensazione di vuoto, la nudità, il vero male, vede nella nuvola e nel graffito un modo di rendere il mondo vivo, perché dotato di un senso in più, come se il passaggio di quei batuffoli bianchi fosse Il modo per dare il principio di un respiro al cielo, dargli parola.

In principio era il Verbo insomma, un film che cerca di raccontare la disperazione degli adolescenti, quei ragazzi che non si sentono al loro posto nel mondo per com’è fatto, nel suo essere un oggetto plasmato dalla solita società dozzinale, spenta, nuda. C’è chi canterebbe “sono solo parole” e rubo questo verso per affibbiarlo a questo film spagnolo, diretto dal vincitore di un Leone d’Oro (Miglior Cortometraggio per Alumbramiento), che riesce solo ad essere tante e tante chiacchiere in formato d’immagine e di chiacchiere pure e semplici che ti martellano le orecchie dando solo fastidio come fossero uno stormo di zanzare ubriache.

La storia parla di Sara (Alba García), una ragazzina di quindici anni che ha problemi a comunicare col mondo, si lascia andare sempre di più, non studia, ma sviluppa un qualcosa che le consente di vedere e leggere messaggi scritti da un famigerato street artist di nome Lírico (Miguel Ángel Silvestre). Nei suoi graffiti legge dei messaggi che la invitano a cercare la sua missione, a salvare quella scintilla di luce che tutti noi dovremmo avere e impedirci quindi di suicidarci per fuggire al mondo. Così s’incontreranno Lírico e Sara, in un mondo oscuro in cui dovrà superare tre prove per tornare ad affrontare la vita, mentre dall’altra parte dello schermo lo spettatore cercherà di fare l’opposto prendendo a testate il muro.

L’ingannevole bellezza dei trailer. Tempo fa espressi la mia fiducia nei confronti di questo film, ma è purtroppo il degno prodotto di uno stile e un modo di vedere che banalizza il mondo adolescenziale legandosi ad un mucchio di parole che messe una dopo l’altro fanno sì rima, ma di significato non hanno niente, un po’ come le canzoni insensate di Tiziano Ferro. Un film completamente nudo, con bei costumi e scenografie che raggiungono la sufficienza e anche con belle parole (come per me lo è “zucca”, cioè bella da pronunciare, non che la zucca sia bella, a meno che non ci siano particolari feticismi) ma tutte dette tante di quelle volte che perdono di senso e lasciano così il vuoto totale a confrontarsi con delle scene di un tamarro terrificante. Animazioni con il vocabolario  cantato in versione rap, combattimenti fatti da “Io voglio vivere” “No stai mentendo a te stessa” “No voglio vivere” gridati come momenti di grande rivelazione del film. Infine viene il terribile cast fatto di attori che, poverini non è colpa loro, non riuscivano ad essere neanche lontanamente credibili con dei testi così artificiosi da recitare.

Candidato a diversi Premi Goya (tra cui Miglior Esordiente a Chapero-Jackson e Miglior Rivelazione ad Alba Garcia) Verbo è un film che spero non abbiate mai sentito, non che sia così brutto, ma perché talvolta andare a cercare certi film è così difficile che ci si augura che almeno il prodotto soddisfi il tempo perso per la cattura. Non è questo il caso e se possibile, è meglio dedicarsi ad un’altra delle tante bellissime pellicole sfornate dalla Spagna.

 

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