Arirang

Arirang (Kim Ki-duk, 2011)

di Fausto Vernazzani.

Tutti bene o male nella propria vita si trovano a dover affrontare una crisi interiore, nel campo dell’arte questi momenti si riflettono spesso nelle opere degli uomini che si improvvisano di colpo terapeuti di se stessi. Kim Ki-duk è stato lasciato dai suoi più stretti collaboratori, come Jang Hun – ora regista affermato – che lo lasciò per andare a lavorare con le grandi case di produzione, e questo come altri, fu definito dalla stampa un “tradimento”. Non solo, durante le riprese di Dream nel 2008 si sentì improvvisamente travolto da questioni che lo hanno sovrastato. Per girare una scena del film, l’attrice Lee Na-young ha rischiato di morire impiccata per essere poi salvata dallo stesso regista, uscitone più distrutto della protagonista stessa. Quel giorno gli incise a fuoco una domanda che lo ha bloccato per tre lunghi anni: “… e se qualcuno morisse a causa dei miei film?”

Arirang è stata la risposta e la salvezza stessa di Kim Ki-duk. Il titolo si riferisce ad una canzone popolare coreana e significa letteralmente auto-affermazione, una cosa che il regista cerca di richiamare a sé, ben consapevole di chi è diventato, di chi è e di che cosa può fare. Questo film drammatico, come Kim Ki-duk preferisce definire Arirang, piuttosto che documentario, è una serie di domande e di risposte fatte a se stesso – Marzullo sarebbe fiero di Kim Ki-duk – ma lo fa con uno stile particolare, ovvero creando una storia fatta di riflessioni all’interno e sulla sua stessa vita. Si riprende nella sua vita solitaria in una baracca su delle colline innevate nella quale vive da tre anni, studiando l’effetto che i suoi film hanno avuto sulla sua vita, sugli spettatori e sul suo paese.

Nelle quasi due ore di film questo suo essere Buono/Cattivo si trasforma nell’esemplificazione del suo Io Sadico, la parte più inutile e più facile da “interpretare” come urla lui stesso alla videocamera accusando gli attori che non vedono l’ora di poter urlare facendo la parte del villain, il suo Io Masochista che piange di fronte allo schermo e di fronte al pubblico di Cannes cantando la canzone Arirang, leitmotiv del dramma, e infine il suo Io dell’Auto-Tortura, quello più banale, il più semplicistico che rivede se stesso nei suoi film a interpretare un monaco in Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera che nonostante le difficoltà riesce a trasportare un Buddha sul picco di una collina, dimostrando di poter riuscire con la sola forza di volontà. Il risultato della scalata nella sua mente è la decisione di uccidere tutte quelle parti di sé che lo hanno ostacolato per tutto questo tempo e poter tornare a dirigere.

È difficile giudicare Arirang, così come lo è per tutta la filmografia di Kim Ki-duk che da sempre spacca in due la critica e il pubblico, ma a me ha convinto, quel narcisismo sottolineato dallo stesso Enrico Ghezzi all’introduzione al film – disponibile in Italia grazie alla proiezione su Fuori Orario – può essere visto tanto come negativo e sfrontato, quanto giusto e meritato. Tutto questo è però secondario, la questione tecnica del film è inesistente, tutto è ripreso con una singola videocamera digitale e nient’altro, è un’opera allo stato grezzo, estratta dalla miniera e servita così com’era con poche aggiunte di montaggio, ma è a livello umano che colpisce, per quello che dice di se stesso, per la prova d’essere un’artista non solo per le sue opere, ma anche per un modo di pensare che non è associabile all’uomo comune, cosa che lui sicuramente non è.

Il suo prossimo film, Amen,  uscirà nelle sale nel 2012 dopo essere stato già presentato al Festival di San Sebastian.

 

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4 pensieri su “Arirang (Kim Ki-duk, 2011)

  1. Ho amato molto i film di Kim Ki-duk, ma ormai nella mia città posacenere sono secoli che non arriva più nulla, forse proprio da Ferro3.
    Un delitto che sia stato pubblicato solo da Fuori Orario in sordina il 14/8, a notte fonda, e perderlo è stato un attimo.
    Speriamo di poterlo vedere a orari decenti!
    Grazie per la rece.

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    1. Qui a Caserta non ho mai visto un solo film di Kim Ki-duk, non sono mai stato seduto in sala a vedere un suo film! Spero un giorno di poter avere quest’onore a un Festival ed andando al Far East Film Festival di quest’anno spero tantissimo di vedere “Amen”, se ci sarà! Arirang purtroppo solo con le registrazioni si poteva recuperare, ma assicuro che in rete è più che disponibile per un recupero all’ultimo all’ultimo!

      Tu intanto hai un blog pieno di gattO che mi ha fatto sciogliere *_*!
      Anche nel film c’è un gatto che miagolo in continuazione, l’unico altro attore oltre a Dio Kim!

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  2. sembrano sciocchezze,però in oriente dalla cina alla corea sanno fare cinema,anzi Cinema.Di tutti i generi e per tutti gusti , con una forza e una passione ,ma sopratutto un rispetto per l’immaginario collettivo e quindi i cittadini che vanno a vedere i film,che da noi si è un po’spento e perso

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    1. Altro che sciocchezza, mi trovi d’accordissimo. Il Cinema con la C maiuscola ormai ha sede fissa in Oriente e fa qualche scappatella di tanto in tanto nel resto del mondo, ma la passione di creare immagini è lì… Kim Ki-duk, quando nel film parla dell’aspetto grezzo dei suoi film giudicato come difetto, ha ragione, c’è troppa attenzione tecnica – specie in occidente – a sfavore del potere del singolo Frame, delle cose che si possono dire con il quadro e la composizione della scena. Kim Ki-duk in questo è un maestro, ci riesce persino con un dramma-documentario su se stesso e una cosa del genere io non l’ho mai vista fuori dall’Oriente, non negli ultimi 20 anni almeno!
      Il rispetto per il pubblico anche, a volte sono più aggressivi verso di loro, ma lo fanno per coinvolgerli e non per scatenare emozioni. Un film orientale ci tratta come individui, uno occidentale fa in modo da usarci come vacche chiuse in un recinto… i Cowboy hanno solo cambiato nome in Registi. Con le dovute – numerose – eccezioni ovviamente…

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