Pina

Pina (Wim Wenders, 2011)

di Elio Di Pace.

Premessa: Pina, che è un film in 3D, noi l’abbiamo visto in 2D. Ci siamo persi qualcosa, ma questo qualcosa siamo riusciti a intuirlo, pur nella visione convenzionale senza occhialini.

Wim Wenders è il più internazionale degli autori del cinema tedesco (quello che si è trovato più a suo agio nei differenti contesti produttivi), eppure non scorda mai il nocciolo duro dell’identità nazionale, situato profondamente nel suo cuore. È per questa ragione, forse, che deve aver pensato a un documentario su Pina Bausch, una delle più grandi, anzi – diciamolo – la più grande coreografa del XX secolo. Colei che, con Martha Graham, ha applicato alla danza la psicanalisi, intessendo con i ballerini della compagnia (il Tanztheater di Wuppertal, che più che un ensemble somiglia a un olimpo) un rapporto di apertura mentale (reciproca, peraltro: la parte più importante delle prove consisteva in una “seduta” in cui Pina e il ballerino rivestivano il doppio ruolo di paziente e analista l’uno dell’altra) senza il quale sarebbe impensabile ogni tipo di solidarietà artistica, in scena e fuori dalla scena.

Dal punto di vista della critica cinematografica, comunque, si fa davvero fatica a relegare il contenuto di questo documentario nella parola “documentario”. Forse con Buena Vista Social Club l’associazione veniva più immediata, ma qua si avverte una parziale inadeguatezza. Meno male che, almeno al cinema, il documentario è stato uno di quei pochi generi esplorati quasi esclusivamente da autori con la a maiuscola: la carrellata sarebbe troppo lunga, e ci limitiamo a citare il caso di Scorsese.

Si fa fatica, dicevo, perché Wenders ci presenta delle vicende umane e artistiche attraverso il filtro di uno sguardo connotato da tante suggestioni, come ad esempio il pittoricismo terrestre e materico della sequenza d’apertura, che mostra la straordinaria esecuzione del Tanztheater de La sacre du printemps di Stravinskij/Nizinskij (e qui davvero l’abbiamo sentita la mancanza del 3D, con quei primi piani intensissimi sbalzati quasi in bassorilievo dallo sfondo nero); per non parlare poi della trovata delle interviste “mute”, in cui si mostra il personaggio su uno sfondo che sembra un quadro di Cy Twombly stare lì, con un’espressione da esperimento Kuleshov, e la sua voce fuori campo a riportarne i ricordi e gli aneddoti, come se la cinepresa gli estraesse i pensieri dal cervello.

In tutto questo, c’è da dire che Pina, in Pina, si vede pochissimo. Due volte, per la precisione: all’inizio con un primo piano in dominante azzurra, senza parole; poi nel bel mezzo del film, ma su uno schermo nello schermo, in una sala di proiezioni dove si stanno mostrando alcune sue immagini alle prove, in sensuale simbiosi con la sigaretta. Per il resto, è più una presenza che aleggia, evocata dalla bravura dei ballerini che lei ha scelto e educato, e ne vengono mostrati, ad alternanza, assoli e spettacoli corali, quasi a dimostrare che in essi la Bausch abbia piantato un seme di cui il film mostra i germogli.

Pina è stato presentato ai festival di Berlino e Roma. E corre già per gli Oscar.

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