Napoli Film Festival 2011: un Focus sulla Napoli in Corto, parte I

Napoli Film Festival. E’ la prima volta che vado a vedere di che cosa si tratta e devo dire che la cattiva organizzazione ed anche una terrificante assenza di pubblicità non ne fanno un capolavoro di evento, ma trattandosi di “casa” nostra, va aiutato e quindi, seguito. Il programma nasconde alcune pellicole che hanno girato per vari Festival internazionali, vi sono incontri ogni giorno con personalità importanti del Cinema e dello spettacolo in generale come Lino Banfi, Paolo Sorrentino, Filippo Timi, Giorgio Faletti, Alessandro Siani e Paolo Virzì. Quello che sono andato a vedere ieri, però, è la parte che più mi interessava: la sezione SchermoNapoli Corti.

SchermoNapoli Corti si divide in 5 sezioni, ognuna delle quali dura all’incirca un’ora e mezza e contiene uno svariato numero di cortometraggi di differente durata, proiettati all’interno di una Sala che più che per un Festival ‘attuale’ sarebbe adatta per uno di quei festival di genere che tanto vanno all’estero e che qui in Italia non vediamo nemmeno nell’angolo più buio dello stivale. Cupo, vuoto, e un po’ una sorta di animale che si nutre di se stesso, la presenza in sala è scarsa e una grande fetta del pubblico presente è costituito dagli addetti ai lavori, dagli attori, dai registi e da chiunque altro abbia lavorato ai corti in proiezione. Pochi addetti stampa e un pugno di spettatori curiosi, proprio per questo invito chi può a farci un salto per dare un occhio ad alcuni lavori interessanti e vedere la location spettacolare del Festival, un Castel Sant’Elmo un po’ mal sfruttato, ma sempre eccezionale.

Parliamo dunque di questi cortometraggi visti ieri, singolarmente perché mi sembra corretto dare il giusto spazio a tutti quanti – quindi sarà molto lungo, preparatevi – e in ordine cronologico di proiezione, anche se sarei tentato di togliermi subito dai piedi quelli più brutti!

Bastard Serial Killer!Kill!Kill! –  Il primo e il più lungo della giornata, il film di Antonio Zannone dura ben 25 minuti ed è un chiaro – ed ennesimo – “omaggio” al cinema dei B Movie anni 70/80 a partire già dal titolo che cita esplicitamente uno dei film preferiti di Quentin Tarantino, il Faster, Pussycat! Kill! Kill! di Russ Meyer. La trama parla di un evaso che torna sul luogo dove cinque anni prima insieme ai suoi complici aveva seppellito il bottino di una rapina. Lì troverà uno dei suoi vecchi ‘colleghi’ e una coppia fratello e sorella che abitano quel luogo un tempo disabitato e vi vivono come selvaggi… o peggio che selvaggi. Scorre bene, visivamente ci sono dei chiari difetti dovuti alla scarsità di mezzi, ma il team riesce comunque a confezionare qualcosa di carino la cui unica nota negativa è quella volontà di appartenere ad una generazione di cui la gioventù cineasta di oggi non fa parte, il cinema dei Grindhouse non esiste più, ma la volontà di essere tarantiniani purtroppo sì ed è come un cancro contagioso che andrebbe estirpato e si spera che nel suo prossimo film, Zannone decida di essere indipendente dalla mania di fare citazioni su citazioni.

48 – Il morto che parla – Mini recensione per un mini film di 3 minuti con ben 3 registi: Giuliano Faggi, Roberto Ostuni, Giuseppe Tuccillo. “Roberto deve partecipare ad un funerale ma non è preparato a quello a cui va incontro” è la sinossi che si trova sul sito del NFF ed è quanto basta per descrivere questo brevissimo cortometraggio realizzato completamente in soggettiva e tanto breve che effettivamente non si può dire praticamente niente se non: divertente. Ma così com’è entrato così è uscito e la fame di domande dei registi poco si spiega visto che gli spettatori hanno appena avuto il tempo d’accorgersi che un cortometraggio gli era iniziato e finito davanti in uno schiocco di dita, riuscendo però a strappare un sorriso sincero.

Rimbò – Il film di Andrea Canova è stata la chicca della serata. Favola grottesca di una bambina (o un bambino?) in un tempo non ben preciso del passato ed in un luogo cupo e desolato vissuto solo da una presenza religiosa ambigua ed ambivalente. ‘Un ritorno all’ABC del cinema’ ispirato alle opere e alla vita di Arthur Rimbaud, così lo hanno definito la coppia regista/attrice –  una fantastica Ramona Tripodi – volendo alludere all’importanza di due elementi fondamentali del cinema: l’immagine e il suono, venuti prima ancora di qualunque pretesa narrativa. Non c’è una storia in realtà, c’è un susseguirsi di eventi raccontato attraverso immagini girate in location spettacolari e rese ancor più spettacolari dalle scene create da Canova, una serie di quadri filmici che sarebbe davvero un peccato non riuscire più a vedere (in poche parole vi sto invitando a vederlo se da qualche parte vicino a voi lo proietteranno). Molti frame mi rimarranno impressi e piacevolmente mi hanno colpito invece i commenti di Canova e Tripodi sul loro lavoro e sulla loro idea di cinema vicino a maestri come Jacques Tati, Paolo Sorrentino e, un po’ forzatamente tirato fuori da uno spettatore curioso, Federico Fellini. Ma come si può non essere influenzati da Fellini?

La Frontiera – Rumoroso. Fastidioso. Sono i primi aggettivi che mi sono venuti in mente grazie al cortometraggio di Roberto Bontà Polito e non si discostano dal loro significato originale. Dà fastidio alle orecchie. Un ragazzo vive quasi distrutto in una vita dall’atmosfera statica, come se l’aria fosse ferma, e tutto ciò lo spinge a cercare di oltrepassare un’immaginaria frontiera, sempre accompagnato dalla presenza troppo insistente della musica dei Sigur Ros a volumi altissimi. Lì un carabiniere lo ferma e gli chiede il passaporto, ma ecco che il ragazzo gli propina la pappetta già vomitata da mamma pinguino: non ho forse due braccia, due gambe, due occhi e io ci aggiungo due palle tante, ma quante volte questo discorso viene buttato là? In tutto ciò, sceneggiatore o regista che sia, si perde anche un passaggio dell’evoluzione umana, facendo gridare in continuazione al protagonista “Sono anch’io un Homo Sapiens!”, ma qualcuno dovrebbe dirgli che ora come ora siamo Homo Sapiens SAPIENS. Sapiens². Inutile e scontato, un po’ presuntuoso se ci aggiungiamo la dichiarazione del regista di voler non solo fare un cortometraggio, ma anche divulgare un messaggio di uguaglianza a tutto il mondo. Basteranno 12 minuti di tipica e banale bontà italiota a salvare il mondo?

Un quarto alle sei – Secondo film interessante della serata, quello di Giovanni Mazzitelli. Il tempo del titolo è il limite con cui un transessuale divide la sua vita “professionale” da quella personale e lascia i suoi clienti. Interpreti bravissimi Mario di Fonzo e Giuseppe Nitti inscenano un dialogo sull’amore ottimamente scritto dallo sceneggiatore, non altri che Mazzitelli stesso, che suona sì come una serie di aforismi ben selezionati, ma ben pensati ed incastrati ancor meglio per apparire come una sorta di monologo interiore esteriorizzato poi come un qualcosa di universale, rappresentandolo appunto come l’amore tra un ragazzo ed un transessuale costretto alla prostituzione. Girato all’interno di un singolo luogo chiuso, nonostante i 18 minuti di durata, non si ha mai l’impressione di vedere costantemente la stessa immagine, ma sembra che l’azione si stia svolgendo in luoghi sempre diversi. Il finale scalda il cuore e il film è disponibile su YouTube, lo troverete cliccando qui.

Senza ‘na lira – Un videoclip per musica degli Osanna Blues che parla di un musicista che scopre che il suo amico andato in Alabama non sta vivendo da Pascià come aveva dichiarato nelle sue lettere. Realizzato in Stop Motion, molto carino, bella musica e tutto… ma un videoclip? Sinceramente credevo che una distinzione andasse fatta in un concorso per cortometraggi, però a quanto pare no e il breve film di Oriana D’Urso è in concorso.

La colpa – L’ultimo è di una sorta di professionista, Francesco Prisco, giornalista e scrittore, regista con almeno dieci anni di esperienza, che sicuramente gli sono valsi ad avere un’attrezzatura da professionista e Gianmarco Tognazzi nel ruolo di protagonista. Parla del pregiudizio, quello nascosto, non quello espresso apertamente e si manifesta nella storia di un avvocato che aspetta in una stazione affollata ed incontra un gruppo di carabinieri che cerca di perquisire un arabo senza alcuna ragione. L’avvocato lo difende, ma quando poi lui viene per ringraziarlo Tognazzi lo scaccia perché lo distoglie dalla bella vista di una ragazza che gli sorride… ma chi lo sa se le cose poi possono essere davvero quello che sembravano. Ben fatto, ben recitato e tutto, ma ovviamente con i mezzi che Prisco aveva a disposizione tutto è stato più facile, cosa che per gli altri registi sicuramente non è stato. Diciamo che si tratta di una concorrenza forte, ma che non profuma del sangue sputato per girare un film e né del sudore dell’impegno dell’amatore, ma in effetti da nessuna parte si era mai parlato che fosse un concorso per emergenti, né sta scritto da nessuna parte che un emergente non possa essere qualcuno che è riuscito a inserirsi ed ottenere quel che ha ottenuto, come Prisco. Da tenere d’occhio per futuri lavori, magari chissà, un lungometraggio che però si spera non scada anche quello troppo nel tema d’attualità, termine che nel presente cinematografico a quanto pare nella prossima edizione del dizionario dei Sinonimi potrà essere trovato accostato alla voce “moda”. [ERRATA CORRIGE] Mi trovo a scrivere le mie scuse personali al regista del cortometraggio La colpa, Francesco Prisco, per averlo confuso con l’omonimo giornalista/scrittore, con cui non ha niente a che fare. Questo errore, data la biografia e l’insieme delle opere del Prisco con cui mi sono confuso, mi ha fatto presumere con un pizzico di presunzione che ci fosse stata una situazione più “comoda” per la lavorazione del cortometraggio, cosa che non c’è stata come lo stesso Prisco, quello giusto stavolta, sottolinea in commento a questo stesso post e invito tutti a leggerlo.

Direi che è stato detto abbastanza per oggi!
Ci vediamo alla prossima puntata!

Fausto Vernazzani

4 pensieri su “Napoli Film Festival 2011: un Focus sulla Napoli in Corto, parte I

  1. Gentile signor Vernazzani,
    approfitto dell’occasione per ringraziarla pubblicamente dell’attenzione riservata ai corti in concorso e per puntualizzare alcuni aspetti che, per “giustizia” vanno puntualizzati:
    1. Il corto in questione, “La colpa”, è stato realizzato con un budget che a malapena sfiora i 4.000 euro. Girato con una Canon EOS 5d che non è altro che una macchina fotografica, da un po’ di tempo a questa parte largamente utilizzata dai filmakers di tutto il mondo (è venduta a 2000 euro scarsi).
    2. I miei collaboratori, giovani mossi da entusiasmo e da poco affacciati al mondo del cinema, hanno lavorato GRATIS, come tutti gli attori, del resto.
    3. Di “sangue sputato” per realizzare il corto, le assicuro, che ce ne è stato da parte di tutti. Le difficoltà, quando giri senza supporti, affiorano di continuo. La “bravura” sta nel saperle fronteggiare con quello che si dispone.
    4. Ultimamente, mi capita di essere “accusato” di aver lavorato in condizioni “comode”, cosa che tra l’altro mi riempie di gioia, visto che la verità è ben diversa… lavorare in situazioni protette, comode, dovrebbe essere il comune denominatore per tutti i registi che si apprestano a girare un corto. Non stiamo facendo una sfida a chi lavora meglio con poco. Dovremmo essere messi in condizione di lavorare bene per raccontare al meglio la nostra storia.
    5. Quel Francesco Prisco (…sorta di professionista….) che cita nelle prime righe, purtroppo, non sono io. E’ un caso di omonimia che, temo, stia dando qualche problemuccio a me come all’altro Prisco, giornalista e scrittore rispettabilissimo, nonchè, mi dicono, ottima persona.

    Spero che continuerà a riservare attenzione a quei prodotti filmici che, per definizione, vengono troppo spesso relegati alla “nicchia”.
    Un caro saluto.
    FRANCESCO PRISCO, regista de “La colpa”.

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    1. Il caso di omonimia è una colpa di cui scriverò assolutamente. E’ stato questo che mi ha portato a pensare che ci fosse una situazione più “comoda”, l’omonimo avendo un curriculum già consolidato dava l’idea di un professionista già inserito nel campo dello spettacolo da lungo tempo. Mea culpa, davvero, l’omonimia a volte è una brutta bestia e direi anche la presunzione mia di aver creduto di trovare un collegamento tra i due che fosse reale.

      A queste condizioni descritte, mi trovo a dover fare i miei complimenti davvero, perché il film sembra essere realizzato con attrezzature e una troupe d’alto livello… ma qui ci sarebbe da precisare che, se anche manca l’esperienza, che è quello che deduco dal punto 2, la troupe è davvero d’alto livello e l’ “etichetta” di professionisti se la meritano ampiamente come anche lei come regista. Come già scritto nell’articolo – che provvederò adesso stesso a sistemare com’è giusto che sia – attendo il suo prossimo lavoro da regista con piacere, anche se sono un semplice amatore, e le auguro buona fortuna per il concorso!

      Fausto Vernazzani

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  2. ma li guardano i corti prima di selezionarli? Vogliono farlo il loro lavoro questi organizzatori? E hanno anche il coraggio di far pagare il biglietto! Anche O Curt fa schifo in termini diq ualità media dei corti, ma almeno è gratis per lo spettatore e non ha tutti questi soldi pubblici.

    Vogliamo parlare di Banfi e Siani? ma che siamo al festival del trash?

    Come mai questi hanno sant’Elmo e tutti ‘sti soldi per fare questa boiata? Beh, leggete tra i nomi degli organizzatori e ci troverete cognomi di sovrintendenti! AHAHAH!
    ma De Magistris non doveva far pulizia anche di questa monnezza?

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