Boris – Il film (G. Ciarrapico, M. Torre, L. Vendruscolo, 2011)

di Elio Di Pace.

Il fenomeno Boris (serie, film, eccetera) mi riguarda personalmente. Cioè, IO sento che mi riguardi personalmente. Fermi: non ho collaborato in nessun modo all’invenzione di Ciarrapico/Torre/Vendruscolo. Magari. Dopo avrei potuto anche morire. Ecco, lo sento particolarmente vicino a me perché anche io sono stato stagista su un set televisivo. Che non era poi tanto dissimile da Gli occhi del cuore: c’era la star di turno che si crede un po’ De Niro, il direttore di produzione che se la mena un po’, gli elettricisti che tifavano per la Roma… Ma non c’era il direttore della fotografia cocainomane, non c’erano attori paladini di Cristo con tendenza alla distruzione e io non ero schiavo, ero qualcosa di più simile al NULLA, e se non fosse stato per la segretaria di edizione Doriana e la sua assistente Francisca, oppure agli ispettori di produzione Adriano e Paolo, persone squisite che resteranno per sempre nel mio cuore, avrei potuto stare lì a rubare con gli occhi senza che nessuno si accorgesse della mia presenza. Quel mese trascorso a Roma, comunque, resta il più bello della mia vita. Lì è germogliato qualcosa di importante. Ah, e c’era anche Bud Spencer.
Adesso lascio un rigo libero, così voi potete aggiungere un bel “’Sti cazzi” a chiosa di queste righe biografiche.

Ora parliamo di Boris – Il film.
Diamo prima le cattive notizie: per quanto il film si sforzi (con successo, per la verità) a brillare di luce propria, aver visto la serie televisiva serve più di quanto si possa pensare. In realtà, si tratta di un accorgimento utile per poter godere appieno di tutte le trovate del lungometraggio: conoscere preventivamente i personaggi di Biascica il capo elettricista, Stanis il Divo, Sergio il direttore di produzione, Itala la segretaria di edizione, i tre sceneggiatori e via dicendo aiuta a cogliere delle sfumature, delle cose non dette, delle espressioni che la necessaria sintesi cinematografica non può incaricarsi di mostrare. La serie tv ha archetipizzato le diverse figure del set, e quindi, in altre parole, è come andare a vedere uno spettacolo della Commedia dell’Arte senza sapere che Balanzone incarna la presunzione, Arlecchino la furbizia, Pulcinella la malinconia, e così via.

Chiariamo una cosa: si assiste COMUNQUE a una rappresentazione bellissima, ma avere un certo background corrobora l’esperienza dello spettatore.
Ma il fatto è che Boris è un film già memorabile, se non altro per il ritratto satirico e circense che fa dell’industria dello spettacolo italiana. Si tratta, però, della scorza colorata di una situazione che più grigia e degenere non si può: a ricordarcelo è proprio la figura altalenante di René, che va al cinema schifato a guardare il cinepanettone, decide di fare un film impegnato, poi le pressioni produttive (ma anche un po’ le ragioni del cuore) lo convincono a entrare nel tunnel della monnezza cinematografica, la realizza con entusiasmo e infine, alla premiere, si incupisce per il clamore che cotanta volgarità provoca nel vastissimo pubblico. Volgarità di cui è egli stesso artefice.

Insomma, è l’amaro e anche un po’ masochistico ritratto di un circolo vizioso da cui non si sa come il cinema italiano si possa affrancare, uno smottamento irreparabile provocato dall’abbassamento costante della qualità dei film, degli spettatori, poi dei film, e poi ancora degli spettatori. E i grandi autori che il nostro cinema ancora oggi annovera, oltre che cercare di far guardare altrove, oltre che dire “il racconto per immagini si fa così”, non possono granché.
Le scene irresistibili di Boris non si calcolano, ma resta impresso l’arrivo sul set dei collaboratori abituali del regista René Ferretti, filmati al ralenti e accompagnati da una musica mozzafiato, manco fossero le iene di Tarantino. Le necessità sintetiche del film, cui si aggiunge il numero “ALTMANIANO” di personaggi parlanti, concede ad alcuni attori (che normalmente nella serie tv sono quasi sempre di scena) solo lo spazio di qualche sketch, ma questo esalta le caratteristiche di ognuno: Pietro Sermonti, alias Stanis, che cerca di intromettersi in un piano sequenza con le sembianze di Gianfranco Fini; Karin Proia che buca lo schermo con la sua beltà provocante; e, su tutti, Giorgio Tirabassi alias Glauco, che tiene una lezione di “Cinepanettone-logia”. Tra i personaggi non tratti dalla serie, invece, spicca Rosanna Gentili, che ha dato una geniale interpretazione di Marilita Loy, la più grande attrice italiana, che si esprime coi sussurri.

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