Figli delle stelle (Lucio Pellegrini, 2010)

di Francesca Casella.

Sembra nascere da un’idea favolistica, l’ultimo film di Lucio PellegriniFigli delle stelle. Ma non lasciatevi ingannare dal titolo, nato in seconda battuta. Come spiega il regista: “Quando i personaggi si spostano in Valle D’Aosta avevamo pensato di fargli trovare dei dischi anni ottanta. E tra questi ho pensato al singolo Figli delle stelle di Alan Sorrenti. Una canzone che sembra allegra ma che poi nasconde un pizzico di malinconia”. Un film che si rivela essere non solo malinconico, ma anche anacronistico, con personaggi che preferiscono le cabine telefoniche ai cellulari, i giornali alle televisioni che, d’altronde, danno spazio ai reality piuttosto che alla triste realtà sociale e politica nella quale siamo caduti.

Ma come ci ricorda il regista: “Qua il nemico non è né il politico, né i rapitori. Ma la società!” una società animata dall’ipocrisia diffusa e dai propri interessi. Figli delle Stelle è una commedia affondata drammaticamente nella realtà che racconta la storia di un gruppo di “(in)soliti ignoti” avvinti dal precariato che decidono di rapire un politico per chiedere un riscatto, credendo così di risolvere i loro problemi. Ma qui il precariato non deve essere considerato come semplice problema sociale, bensì come vera e propria condizione d’essere e di vivere. Tutti i personaggi, da Pier Francesco Favino romanaccio ingenuo con codino a Fabio Volo portuale imbranato, da Paolo Sassanelli ex-galeotto dal cuore d’oro a Claudia Pandolfi giornalista sognatrice, da Giuseppe Battiston deciso laico comunista a Giorgio Tirabassi forse l’unico politico buono esistente nel mondo, sono personaggi sospesi, in costante attesa e delusi dalla vita: una condizione del genere non può che portare a gesti inconsulti.

Un cast variegato che ha riunito attori artisticamente diversi, ma che riescono a compensarsi con enorme naturalezza e intensità. Film che parte da una Roma caotica, inafferrabile e raggiunge poi una Valle D’Aosta dove i silenzi della natura si uniscono all’architettura anni ottanta che sembra essere diventata già archeologia. “Abbiamo costruito l’immagine di un paese che non è mai diventato come negli anni ottanta aveva immaginato di poter essere” continua il regista “fotografato nella sua bellissima decadenza”. La storia si snoda grazie a movimenti di macchina frammentari che sottolineano costantemente la precarietà e la provvisorietà di questi individui. Un ritratto dolce-amaro che racconta lo spaesamento, l’amarezza e la frustrazione dei nostri tempi bui facendo l’occhiolino ai grandi classici del Neo-realismo e alla comicità surreale dei fratelli Coen.