Padre padrone (Paolo e Vittorio Taviani, 1977)

Padre, padrone: Palma d’oro alla libertà – di Elio Di Pace.

I fratelli Taviani sono dei lettori micidiali. Ad esempio: il simpaticissimo Vittorio (quello coi baffi) ebbe a dire in una recente uscita di fronte a una platea di giovani che per lui Guerra e pace non era un semplice fiume di inchiostro su sconfinate praterie di fogli bianchi, non era farsi incatenare al racconto pagina dopo pagina, e tutte queste belle cose per chi ama leggere.

Guerra e pace è per Vittorino “la continuazione dell’esistere”. Paoletto (quello senza baffi, che sembra austero e antipatico invece è un bonaccione) ha raccontato nella medesima occasione che lui e il fratello riuscirono a imporre questo punto di vista perfino al Maestro dei Maestri Akira Kurosawa, che i due andarono a disturbare mentre faceva la siesta durante un’edizione di Venezia.

Strapparono ad Akira un “Può darsi” che più serafico non si può, ma questo gli bastava.

Dal libro…

Ora che ci siamo detti tutte queste belle cose, arriviamo a parlare di un libro di Gavino Ledda uscito nel 1975, la sua autobiografia per esser precisi, che si intitola Padre padrone. La vicenda è ambientata nella brulla Sardegna contadina e racconta di Gavino che, bimbo delle elementari, veniva sottratto all’istruzione dal buon papà, quel bel giorno che piombò in classe con il bastone che era solito battere sulla groppa delle pecorelle.

Il fanciullo è travolto dagli eventi, insomma per farla breve si dedica ala pastorizia fino a quando consegue la quinta elementare da privatista alla fine dell’adolescenza (pensa un po’) e scopre che questi pezzi di carta con tutti quei segnetti stampati sopra sono un passatempo affatto male, da cui peraltro, se si è appena appena attenti, si può ricavare qualche insegnamento: una persona abituata alla semplicità come poteva essere un pastore sardo degli anni Quaranta capisce che da questa piccola suggestione può nascere un cammino catartico, che nella vita di Ledda è stato l’affrancamento totale dall’ignoranza e dal becero analfabetismo (ma ANCHE dal giogo paterno), e il raggiungimento di tanti successi: laurea in Glottologia nel ’69 e ammissione all’Accademia della Crusca nel ’70 (ma ANCHE l’ingresso nel mondo degli adulti).

Tutto questo a quei furbacchioni dei fratelli Taviani faceva gola. Eccome se faceva gola. E allora è nato questo film, che hanno ripreso con una fedeltà che è di spirito ancor più che letterale, disseminando una serie di trovate geniali.

Una su tutte: Gavino Ledda “quello vero” che fa da cornice al racconto per immagini, con un geniale spunto brechtiano in apertura, in cui incrocia Omero Antonutti ALIAS suo padre sulle scale della scuola elementare.

…al film

Senza star qui a lodare alcune sequenze leggendarie (il piccolo Gavino che minaccia la pecora che gli caga nel secchio delle mungitura, e la pecora dal canto suo RISPONDE tutto forbito rinfacciando al pupo la sua clamorosa ignoranza), diciamo che Padre padrone rivela al grande pubblico un/due grande/i autore/i: i fratelli di San Miniato, che tutto in una volta hanno inventato un modo nuovo di guardare alla realtà.

Questo fatterello del “modo nuovo di guardare alla realtà” è stato spesso detto anche a Roberto Rossellini (e glielo hanno detto sia per lodarlo che per conciarlo una merda). Il maestro questa cosa l’aveva percepita, e proprio nel ’77 si trovava per caso a passare per la croisette di Cannes, dove faceva il presidente della giuria di un famoso festival del cinema.

Decise che Padre padrone e i fratelli Taviani stavano dando una svolta al cinema, e gli diede la Palma d’oro.

Il mese dopo, morì.

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