Il piccolo principe

Il piccolo principe (Mark Osborne, 2015)

di Francesca Paciulli.

Vola alto quando riscrive la storia che in molti hanno letto e amato, provando a dare una alternativa all’infanzia “interrotta” del principino con la zazzera bionda e la sciarpa fluttuante. Quando imbastisce sequenze tra sogno e allucinazione: il viaggio in biplano su un inquietante pianeta sconosciuto – a cui presta il profilo grigio dei mondi racchiusi dalle palle di vetro che il padre regala alla piccola protagonista ad ogni compleanno -, un bianco diluvio di stelle, di quelle che disegnerebbe un bambino.

Vola basso quando, nonostante gli apprezzabili sforzi e le avvolgenti sottolineature musicali di Hans Zimmer e della cantautrice francese Camille, non riesce a dare calore e colore al legame sbocciato tra l’anziano aviatore e la sua nuova vicina di casa, una bambina di nove anni per cui la madre workaholic ha tratteggiato un percorso di vita con poco spazio per l’immaginazione e le incognite.

Proprio come l’aeroplano del solitario e stravagante vecchietto, il film di Mark Osborne (Kung Fu Panda) ondeggia tra alti e bassi, senza riuscire a dire qualcosa di nuovo su uno dei testi più letti e tradotti al mondo, Il Piccolo Principe del francese Antoine de Saint-Exupéry, scomparso in volo nel 1944 un anno dopo la pubblicazione del libro. Un libro iconico carico di messaggi senza tempo (Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi), che la sceneggiatura di Irene Brignull e Bob Persichetti restituisce solo in parte. Soprattutto quando racconta il presente (la nascita del legame di amicizia tra il vecchio e la bambina, nel film volutamente senza nome come tutti i personaggi) con una anonima computer grafica al servizio di un intreccio piatto e privo di ritmo.

A salvare Il piccolo principe è invece il racconto del magico incontro tra l’aviatore (in gioventù) e il piccolo abitante dell’asteroide B612. Disegnami una pecora, chiede il bambino biondo al pilota attonito che sta davanti a lui; attorno, il deserto e un biplano in panne. L’uomo acconsente e da quel gesto nascerà un’amicizia che attraverserà il tempo e lo spazio.

La descrizione immaginifica di questo incontro è realizzata in stop motion. Una scelta, questa sì, vincente che consente di dare voce e immagine alla poesia del libro di Saint-Exupéry, e di far rivivere con delicatezza gli indimenticabili bozzetti dell’autore. Ma anche alcuni dei personaggi incrociati dal piccolo principe nelle sue peregrinazioni tra asteroidi e pianeti: l’Uomo d’affari che conta le stelle, l’Uomo vanitoso sempre alla ricerca di un applauso, il Re e la sua sete di potere e … sudditi, l’amata-odiata Rosa (nel doppiaggio italiano, maltrattata dalla voce di una riconoscibilissima Micaela Ramazzotti: appena apre bocca tutto l’incanto e la levità del personaggio si volatilizzano), la Volpe e la sua paura di amare, il Serpente. Una sfilata di figure vivide che la stop motion sembra “strappare” delicatamente dalla pagina scritta e che non può non farci chiedere quanto più emozionante sarebbe stato un intero film così concepito.

E invece, con la continua alternanza tra questi due diversi momenti stilistici e narrativi, questa versione de Il piccolo principe risulta poco più di un tentativo. Con alcuni picchi di emozione (l’aeroplano di carta con i disegni del vecchio che plana sulla ordinata scrivania della bambina; l’incontro con il giovane netturbino dimentico della sua infanzia; il diluvio di stelle) e passaggi decisamente più scontati.

Una curiosità: nel film l’esclusiva scuola a cui la madre iscrive la piccola protagonista è la Werth Academy. Una sentita citazione con cui il regista omaggia Saint Exupéry. L’aviatore e scrittore francese dedicò infatti Il piccolo principe a Léone Werth, critico e scrittore, suo amico fraterno.

Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande – scriveva l’autore –. Ho una scusa seria: questa persona grande è il miglior amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa.

Questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini; e ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata.

E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa grande personaè stato. Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano).

Perciò correggo la mia dedica: A Léone Werth. Quando era un bambino.

E a tutti coloro che non rinunceranno mai all’immaginazione.

 

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