di Fausto Vernazzani.
Non passa mese senza che una rivista specializzata non dedichi un articolo, unintervista o una riflessione alla questione della discriminazione sessuale a Hollywood. Il trattamento della donna sul fronte professionale e della caratterizzazione rappresenta uno dei principali trend degli ultimi anni, sono numerose le istituzioni che finanziano studi che offrano una visione matematica della situazione lavorativa, dei guadagni delle attrici, della rappresentazione femminile in generale. Sono anche anni in cui la donna è riuscita a imporsi come potenza economica di portata globale: i fenomeni Twilight e Cinquanta sfumature di grigio, il proliferare di young adult con protagonisti femminili, prodotti dai grandi incassi nati grazie all’enorme pubblico di appassionate. Quegli articoli dedicati mensilmente sono un obbligo morale adesso.
Tuttavia è possibile sin da subito vedere una contraddizione, già espressa da Francesca Fichera in particolare riguardo la trasposizione del romanzo di E. L. James, in cui gran parte delle storie vedono la donna come una figura sottomessa alla sua controparte maschile. Il caso delle eroine da young adult è già diverso, la Katniss Everdeen di The Hunger Games è un caso già più complesso, una pedina di due superpotenze il cui talento principale è il coraggio scaturito dalla volontà di difendere le persone che ama: la famiglia e il suo amico/amore Peeta Mellark. Cloni di Katniss hanno un comportamento ben diverso: Tris Prior da Divergent, per quanto talentuosa, senza il suo Quattro sarebbe inesistente. Senza un uomo forte si ha la sensazione che un personaggio femminile non possa mai crescere: la parità è raggiunta grazie alluomo.
Katniss rappresenta una felice eccezione, rendendo il franchise degno di attenzione, ma i casi di rivoluzione femminista citati sono ben altri, negli ultimi due mesi in particolare il ritorno di George Miller con Mad Max: Fury Road e il recente Jurassic World di Colin Trevorrow. In entrambi i casi la donna ha un ruolo fondamentale nella storia, ma in tutti e due è necessario andare a fondo: lImperatrice Furiosa fugge con le sue compagne procreatrici per sfuggire alla tirannia di Joe, ma il loro successo è raggiunto spesso e volentieri grazie allaiuto dell’uomo, Mad Max; che dire della Claire giurassica, manager frigida a cui il maschio Owen deve ricordare ogni minuto che adesso bisogna seguire le sue regole. Né Furiosa né Claire avrebbero alcuna chance di sopravvivenza se non ci fosse un singolo uomo a proteggerle.
Sorprende vedere come il personaggio femminile più forte degli ultimi tempi spunti fuori da San Andreas, un catastrofico dove Alexandra Daddario aiuta a sopravvivere due ragazzi guidandoli con scelte intelligenti attraverso una San Francisco devastata da un terremoto mai visto. Ma a questo è punto è bene sottolineare che un grosso cambiamento improvviso è unutopia, un traguardo simile lo si può raggiungere solo un passo alla volta e oggetti complessi è giusto frammentarli per scoprire ogni nuovo dettaglio: la Splendid Angharad di Mad Max che apre la portiera ed espone il proprio corpo gravido come arma difensiva, con orgoglio e fierezza, è una violenta presa di posizione come in effetti non si era mai vista. Alla scena lo scettro, al film, purtroppo, almeno in questo particolare ambito, non è possibile darlo.
La Claire di Jurassic World, sfortuna sua, non ha alcunché per essere salvata, un momento eroico finale non basta per mettere da parte la pessima posizione in cui è stata inserita, nonostante il regista Trevorrow insista nel definirla la vera eroina del film. Se non sbaglio a sconfiggere il 90% dei villain è stato sempre e solo Owen, nemmeno il suo amico Barry (Omar Sy, dunque la questione razziale) può nulla, se rimanere in vita, al contrario dellArnold di Jurassic Park. Allora con loriginale diventa obbligatorio fare un confronto, con la dottoressa Sattler, che lascia di sasso lanziano Hammond quando vorrebbe prendere il suo posto in unazione pericolosa perché lui è uomo e lei è donna. E alla fine sappiamo chi sarà a riattivare tutti i sistemi del mitico parco dei dinosauri. Claire al confronto non è nulla. Vent’anni di differenza pesano.
Il futuro prossimo offre anche unaltra possibilità di paragone: come sarà la Sarah Connor di Emilia Clarke nel quarto Terminator: Genisys in confronto alla badass Linda Hamilton? Unidea ce la possiamo già fare, con un pit stop nel mondo dei poster, dove un determinato stile è duro a morire: la cosiddetta butt-pose (per i più precisi anche boob-and-buttpose), ovvero la posizione di culo con torsione della spina dorsale a cui le attrici sono costrette quando bisogna preparare poster e character poster per la campagna marketing. Ai pubblicitari interessa vendere il corpo prima di tutto, soprattutto quando il personaggio offre la possibilità di disegnare scollature e pantaloni attillati.
La Clarke è la terza da destra nell’immagine in basso (altri esempi). Ci siamo capiti.
Un destino a cui il 90% delle attrici deve sottostare, ma a cui molte attrici si ribellano. Nel caso de Lo Hobbit Evangeline Lily si rifiutò di essere ritratta nella suddetta posizione, lasciando come scelta Orlando Bloom e in altre situazioni possiamo vedere come finalmente qualcosa si sta muovendo: Jennifer Lawrence sarà pagata 8 milioni di dollari più di Chris Pratt per il sci-fi Passengers dopo svariati film per cui fu stipendiata con cifre nettamente inferiori alle sue controparti maschili, Michelle MacLaren sarà la prima donna a dirigere un cinecomic della nuova era, Nicole Perlman prima sceneggiatrice per un film Marvel (I guardiani della galassia) e, in ogni caso, che siano eroine al 100% o meno, sono sempre di più i personaggi forti interpretati da donne al cinema. Dispiace però sentire una Ashley Benson parlare della sua Lady Lisa del futuro Pixels come di un personaggio al pari degli uomini perché combatte: a un uomo non sarebbe toccato combattere mezzo nudo, a meno che non parliamo di 300 o Viggo Mortensen in A History of Violence.

