I tre giorni del Condor (Sidney Pollack, 1975)

di Francesca Paciulli.

È il sorprendente cambio di registro iniziale uno dei punti di forza de I tre giorni del Condor. Quindici minuti che partono quasi come una commedia – assistiamo alle ordinarie schermaglie tra colleghi di ufficio e all’arrivo di uno di loro, Joseph Turner (Robert Redford) – e terminano come il più classico dei thriller: un gruppo di sicari, capitanati da un capo silenzioso (Max von Sydow), entra nell’ufficio ospitato dalla elegante sede newyorchese della American Literary Historical Society e uccide tutti i presenti.

Un inizio a orologeria a cui segue uno svolgimento altrettanto compatto, con la più classica delle cacce all’uomo (che il regista riproporrà anche negli anni Novanta ne Il socio), perché il giovane ricercatore della CIA Joseph, nome in codice Condor,  è l’unico sopravvissuto al massacro. E le persone di cui dovrebbe fidarsi e a cui inizialmente chiede aiuto (a cominciare dal suo capo Higgins/Cliff Robertson), sembrano essere i suoi veri nemici. E allora l’aiuto potrebbe arrivare da una giovane sconosciuta (l’eterea Faye Dunaway) presa in ostaggio durante la rocambolesca fuga per le vie di New York.

Erano i primi anni Settanta quando il romanzo I sei giorni del Condor di James Grady veniva portato sul grande schermo da Sidney Pollack nell’adattamento di Lorenzo Semple Jr. e diventava un grande successo di pubblico, anche grazie al carisma di Robert Redford, a quel tempo al massimo della forma: bello e un po’ sbruffone, occhiali a goccia e inconfondibile ciuffo biondo sugli occhi, il suo ingresso in scena non passa inosservato. “Turner, sei quindici minuti in ritardo”, lo apostrofa la segretaria. “Tu segna dodici minuti: pedalavo contro vento”. Poco dopo lo vediamo prendere una scorciatoia per recarsi al vicino bar e acquistare un panino. Si assenta solo per pochi minuti, quanto basta ai sicari per fare piazza pulita dei suoi colleghi della CIA.

A quel punto, attraverso un montaggio serrato, il film si trasforma in un’opera cupa e coinvolgente che mette in primo piano uno scenario ambiguo (e attuale) in cui è difficile distinguere tra buoni e cattivi. L’America stava “medicandosi” in quegli anni la ferita Watergate e che anche i “buoni” – o presunti tali – potessero essere capaci di bassezze e complotti, gli americani lo avevano già capito da un pezzo. Eppure I tre giorni del Condor ebbe comunque un effetto dirompente. E, ancora oggi, a quaranta anni di distanza, lo scambio di battute a muso duro (e rivelatrici) tra Condor e Higgins non può lasciare indifferenti.

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