Grace di Monaco (Olivier Dahan, 2014)

Grace di Monaco a.k.a. Nicole Kidman.

Si può essere piuttosto sicuri di come la maggioranza dei film biografici siano costruiti su una parte di realtà ed una di finzione, ma se a dire che non è concesso parlare di film biografico è la stessa famiglia Grimaldi con il Principe Alberto II a far da portavoce, allora la natura di Grace di Monaco cambia.

Per molti anni si è vociferato della produzione di un biopic su Sua Altezza Serenissima la Principessa Grace Kelly di Monaco, una storia troppo glamour per non esser sfruttata a fini commerciali e in un periodo in cui anche l’amata Lady D. è stata omaggiata, era d’obbligo dedicarvisi.

Alla regia Olivier Dahan, più cinematografico per via del suo luogo di nascita, La Ciotat, la cui mitica stazione fu immortalata dai fratelli Lumiere, che per i suoi prodotti, di cui si ricorda al giorno d’oggi solo La vie en rose, grazie a cui Marion Cotillard divenne una star.

Un film che non spiccò per la regia, ma per una grande interpretazione ed una bella storia, scritta in collaborazione con Isabelle Sobelman, al contrario di Grace di Monaco, graziato dalla presenza di uno sceneggiatore ancora in erba, Arash Amel, con in curriculum solo un thriller d’azione con Aaron Eckhart. Nonostante tutto è stato sufficiente a far di Grace di Monaco il film d’apertura del Festival di Cannes.

Con i suoi dieci centimetri in più rispetto alla Principessa, Nicole Kidman svetta su chiunque le stia accanto vestendo con grazia ed eleganza i panni della compianta stella Grace Kelly, applaudita e vezzeggiata dalla troupe dell’ultimo film a cui ha potuto lavorare, Alta società, prima di imbarcarsi nel ruolo di moglie del Principe Ranieri III di Monaco, un fumante Tim Roth.

Dahan e Amel compiono un salto temporale di svariati anni, fino al 1963 dove due crisi coincidono: Kelly riceve personalmente da Hitchcock l’offerta del ruolo protagonista in Marnie, Ranieri III la minaccia di embargo e invasione da parte di Charles De Gaulle, infuriato per la fuga di molte società francesi a Monaco, paradiso fiscale prediletto.

La preoccupazione dei Grimaldi, a cui fu concesso solo di leggere la sceneggiatura, è divenuta realtà: non desideravano di vedere loro padre dipinto come un cocciuto leader politico, salvato solo dalla volontà e dal sacrificio di sua moglie Grace. Grace di Monaco è esattamente questo, il ritratto di un anno che vide Kelly abbandonare in via definitiva le sue velleità artistiche – per poi riprenderle in misura minore più in là negli anni – e abbracciare in tutto e per tutto il suo ruolo di Principessa.

Il cinema è pieno di biografici dove si racconta la vita di reali sfortunati, uomini e donne costretti a sacrificare il sogno di una vita per il bene di un paese, una vittimizzazione che imbevuta negli agi e nello sfarzo non riesce mai a trasmettere la credibilità necessaria per provare una qualche forma di empatia verso questi personaggi.

Non se ne riesce a percepire le reali sfortune, quell’anche i ricchi piangono sempre andato di moda nei romanzi rosa, ora trasformati da Olivier Dahan in un susseguirsi di primi e primissimi piani sui bellissimi occhi di una splendida Kidman, sia nell’apparenza che nelle capacità recitative, tuttavia insopportabili a lungo termine.

L’incertezza di Dahan e il suo eccessivo indugiare sul volto di Grace/Nicole è un atto di devozione e ammirazione forzato, la regia impone allo spettatore di immedesimarsi nella tristezza di un personaggio senza però offrire uno spunto narrativo, sia nello sviluppo tecnico e nei movimenti di camera che nella sceneggiatura stessa.

Gli avvenimenti si susseguono senza lasciare spunti per versare una lacrima o sorridere con Grace Kelly, ci si stupisce solo di come alcuni secondari siano stati investiti di tanta importanza, come il sacerdote Francis Tucker di Frank Langella, un vero manipolatore più che un amico di famiglia.

Alla fine di Grace di Monaco rimane solo un breviario con svariati aforismi, il più bel ruolo della sua carriera, un avviso a non rimanere troppo al lato dell’inquadratura e tanti altri oltre a un inno alla bellezza di Nicole Kidman. Punto e basta.

Fausto Vernazzani

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