Death Race 2000 (Paul Bartel, 1975)

di Fausto Vernazzani.

Pugno alto e silenzio. James Caan ancora sui rollerblade ha sfidato le corporazioni fino in fondo nel capolavoro di fantascienza Rollerball, opera di Norman Jewison della metà degli anni Settanta. Un titolo seguito da un discreto successo, tale da non poter passare inosservato senza una pronta imitazione nata con lo scopo di sfruttarne l’ondata di pubblicità. Fu così che il leggendario Roger Corman acquistò i diritti di un racconto breve di Ib Melchior e lo fece adattare per il grande schermo, affidando la regia a Paul Bartel e dando vita così al cult Death Race 2000.

Il titolo italiano Anno 2000: La corsa della morte aiuta a capire meglio la storia. Prodotto nel 1975 ma proiettato all’anno 2000, dove i festeggiamenti per il ventesimo anniversario della corsa della morte stanno per avere il via: il premio è una stretta di mano col Presidente, il modo per ottenere l’ambito riconoscimento è acquisire il più punti possibile in una corsa automobilistica inter-continentale. Arrivare primi ad ogni gara del percorso non è sufficiente, il metodo più efficace per aumentare il proprio punteggio è far strage di innocenti sulla strada – vecchi e bambini i più quotati – a volte trovatisi lì per caso, altre volte lasciati inermi ad incontrare il loro destino per “grazia” del comitato promotore.

Death Race 2000

Protagonista di Death Race 2000 è uno snello David Carradine, coperto da una tuta nera dietro cui si nasconde Frankenstein, il mostro a cui la corsa ha dato vita, sfigurato al punto da non poter mostrare il suo viso, beniamino del pubblico assetato di sangue ed azione. Contro di lui Calamity Jane e Joe, il gangster interpretato con ben poca grazia e altrettanto infimo talento da Sylvester Stallone. A loro l’onore di gareggiare e far saltare spettatori televisivi del futuro con delle morti elaborate, sfuggendo alla rabbia dei ribelli e agli occhi indiscreti del governo stesso.

Il pubblico reale non avrà molto da apprezzare in termini di splatter o gore, l’azione e gli investimenti hanno ben poco di spettacolare, lasciano anzi trasparire la natura low budget della pellicola, realizzata con scarsi mezzi economici ed in tempi piuttosto rapidi, riuscendo ad avvalersi solo di una trama efficace e di un’ironia che lo ha reso leggendario. Un cult da cui sono nati numerosi videogiochi, come il celeberrimo Carmageddon, svariati sequel ed una nuova serie negli anni 2000, creata da Paul W.S. Anderson. Tuttavia Death Race 2000 è datato, l’età traspare ad ogni fotogramma ed il costume di Carradine lascia a desiderare, mostrando quella che pare una copia mal fatta dell’abito classico dell’italiano Diabolik, con cui condivide anche un navigatore biondo e poco affidabile come la bella Eva Kant.

Le similitudini si sprecano, il tema rubato dal film di Jewison, un protagonista preso in parte dalla pagine di Mary Shelley ed il look forse ispirato all’italiano Diabolik di Mario Bava, ma il genuino nascosto dietro questi paragoni è sufficiente ad elevare la qualità del prodotto di Corman: un soggetto che affronta il tema della violenza con un sarcasmo maturo, divertito, senza essere sfrontato e troppo marcato. Lo scopo numero uno è dare allo spettatore cibo per l’anima e il corpo, offrendo in sacrificio corse automobilistiche, cadaveri ed un futuro ancora spaventoso, dove la crudeltà umana si manifesta sempre allo stesso modo, in loop, mettendo a confronto vinti e vincitori con un pessimismo coinvolgente che lascia sì l’amaro in bocca, ma con una forte e decisa amichevole stretta di mano.

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