The Selfish Giant (Clio Barnard, 2013)

di Fausto Vernazzani.

Tutti i pomeriggi, non appena tornavano da scuola, i bambini erano soliti andare a giocare nel giardino del Gigante.

Il gigante egoista, una delle fiabe scritte da Oscar Wilde e contenuta all’interno de Il principe felice e altri racconti, una storia triste su di un Gigante geloso del suo giardino che per tanto tempo ha scacciato i bambini dal suo dominio, per poi riaccoglierli e accorgersi del tempo che ha perduto a corrergli contro. Il finale scritto da Wilde è una chiusura che lascia il lettore in lacrime con solo una piccola luce nel petto a scaldare il cuore. La regista Clio Barnard la spegne con un soffio.

Ha debuttato a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs dove ha vinto l’Europa Cinema Award, ha girato ancora nei giardini festivalieri più importanti, ma soprattutto è uscito nelle sale lasciando stupefatto il pubblico del Regno Unito. The Selfish Giant di Clio Barnard è un adattamento spietato della breve novella di Oscar Wilde, modernizzato e vissuto in quella periferia inglese senza pietà a cui ci hanno abituato Ken Loach e Shane Meadows, dove due bambini hanno solo se stessi a cui aggrapparsi per sopravvivere.

Arbor (Conner Chapman) è un piccolo sfrontato, sveglio ma troppo infantile e indisciplinato, con sul viso scritto il destino di un criminale e dentro la paura di ogni bambino senza una famiglia capace di essere presente; Swifty (Shaun Thomas), al contrario di come il suo nome possa far immaginare (swift vuol dire rapido, svelto), è un ragazzino un po’ lento, ma buono e dolce, con un talento per i cavalli. Kitten (Sean Gilder) è il gigante egoista, ma il suo giardino è costellato di acciaio, ferro, rame ed ogni metallo che i suoi piccoli furfanti riescono a procurargli.

The Selfish Giant

La prospettiva di un guadagno è oggi profumata come una margherita, la bellezza della natura e il gioco protagonisti in Wilde si sono dileguati lasciando Arbor e Swifty all’ombra dei tralicci e della centrale nucleare, sognando di poter dare ai propri genitori qualche sterlina in più per mangiare un altro giorno. Il destino di Arbor dista da quello di Swifty, onesto e pronto a farsi valere col cavallo di Kitten per le corse clandestine, eppure è l’amicizia che li riporta sempre insieme, anche nel male e in quei piccoli furtarelli che alla fine avranno un costo altissimo da pagare, portando The Selfish Giant verso un finale ancor più crudo di quello descritto da Wilde.

La regista Clio Barnard si fece già valere con un documentario capolavoro, The Arbor, la cui location (il circondario di Bradford) e titolo sono ritornati a infestare la sceneggiatura di The Selfish Giant, dove a giganteggiare non è solo Kitten, ma l’industrializzazione che copre i cieli, sotto cui pascolano cavalli e giocano Arbor e Swifty, saltando la scuola e tentando a volte il tutto per tutto pur di restare bambini, anche solo per un minuto. E quel desiderio, quei momenti di gioco in cui l’eccezionale Chapman si nasconde sotto il letto aspettando d’esser trainato fuori da quel ragazzino, Swifty, con cui finge di essere il leader, il forte: nel mondo osservato dal basso, schiacciato dai cieli grigi, la finzione prima o poi viene a galla ed ha il sapore freddo del rame. La regia della Barnard è un soffio d’aria gelida su quelle lacrime che scenderanno alla fine, congelando il viso e spegnendo quel calore che persino Wilde, l’autore del De Profundis, ci aveva concesso.

Sulla crisi e nella crisi, l’abbandono della periferia, l’industrializzazione e l’emigrazione verso le città centrali, sono tutti temi che fino ad ora sono sempre stati al centro di un certo cinema britannico, riuscendo anche tante altre volte a portare lo spettatore alla commozione, ma a schiacciarlo in una vera e propria morsa finora a riuscirci meglio è stata Clio Barnard.

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