Sisters of the Gion (Kenji Mizoguchi, 1936)

di Fausto Vernazzani

L’immaginario popolare conosce Sayuri e i suoi occhi azzurri forti ed irruenti come il mare, una geisha dolce, fragile e con un sogno nel cassetto che non avrebbe mai in realtà deluso il giri (dovere) di una donna del mestiere: trovare un padrone ed essergli perennemente fedele. Una versione romanzata della verità quella scritta da Arthur Golden, il racconto della parte alta di quartieri come Gion, divisi tra okiya facoltosi e poveri. La differenza tra l’una e l’altra è ovvia e giace nella deferenza dovuta dalle geishe nei confronti dei loro clienti dal portafoglio meno gonfio e dalle pretese più materiali.

Sisters of the Gion prende luogo nell’emisfero popolare del quartiere, sfruttando la tragica e al contempo curiosa, grazie alla magistrale carrellata d’apertura, situazione di Furusawa (Benkei Shiganoya), in rovina e testimone dell’asta dove son vendute tutte le sue proprietà materiali. Servo e moglie cercano di sostenerlo, ma chi più gli è vicina – senza esserne ripagata – è la sua geisha, Umekichi (Y?ko Umemura), la più anziana di due sorelle che insieme gestiscono un okiya. Insieme, Umekichi ed Omocha (Isuzu Yamada) danno il titolo ad uno dei primi capolavori di Kenji Mizoguchi, maestro indiscusso del cinema giapponese, intento a dividere le due donne in categorie opposte: l’una devota al suo titolo di geisha, al giri, l’altra alla ricerca del denaro come unica fonte di sopravvivenza, per cui non disdegna qualche trucchetto poco corretto pur di ottenere ciò che desidera.

Sisters of the Gion

In un momento mediatico in cui a galla è salito il tema della violenza contro le donne più che in altri tempi, Sisters of the Gion si presenta come la visione perfetta per osservare la volontà di due sorelle devastata dalle possibilità e dal potere, in questo caso nelle mani di uomini. Nel 1936, anno in cui Mizoguchi fu inserito nella lista dei migliori dieci film dell’anno dalla rivista Kinema Jumpo con doppio titolo (l’altro Osaka Elegy), le inquadrature corrispondevano in maniera più diretta ad un preciso linguaggio, simile alla parola scritta. Il punto esclamativo, l’inciso viene a mancare in Sisters of the Gion, non esistono primi piani per gran parte della durata del film, fino a quando non si arriva alla tragica verità della conclusione dove il regista porta lo spettatore ad osservare da vicino la piaga del dolore della giovane Omocha. 

Un film dalla chiara dualità: due sorelle, due modi di vivere, due dolori e due luoghi, gli interni e gli infidi esterni (luci di Minoru Miki), da cui arrivano ubriachi e cattive nuove, feriti e tranelli piano piano destinati ad eliminare ogni traccia di vita dalle due donne. Le interpretazioni di Yamada e Umemura anche nella distanza ottengono l’effetto di rimaner impresse negli occhi degli spettatori e il gioco di sottrazioni di Mizoguchi – perfezionista anche nell’usar il dialetto per creare ancor maggior distinzione tra le classi sociali – riesce nell’incredibile intento di creare uno dei finali migliori e di maggior impatto della storia del cinema con una costruzione narrativa fruibile solo tramite la macchina da presa.

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