La herencia Valdemar (José Luis Alemán, 2010)

Il regista spagnolo José Luis Alemán ha ragione a sostenere quanto sia difficile adattare i racconti di H.P. Lovecraft per lo schermo. Lo scrittore del terrore inimmaginabile, un vuoto riempito dalle paure del singolo quasi impossibile da replicare per il cinema. Ci han provato più volte Stuart Gordon e Brian Yuzna con più o meno successo, ma di Alemán non si può dire la stessa cosa per la prima parte del suo La herencia Valdemar, horror sceneggiato da lui stesso con l’obiettivo di sperimentare una fusione tra fatti storici, persone reali (Bram Stoker, Lizzie Borden e Belle Gunness fannno la loro comparsa senza motivo) e il mondo da incubo abitato da creature dormienti dello scrittore di Providence.

La storia già divisa in due parti (secondo capitolo è La herencia Valdemar: la Sombra Prohibida) viene ancor spaccata in altre due: la storia della scomparsa di Luisa (Silvia Abascal), inviata da un’agenzia per valutare la proprietà Valdemar, edificio di stampo vittoriano, e di Lazaro Valdemar (Daniele Liotti), l’uomo della leggenda risalente alla fine dell’Ottocento. Ieri e oggi, due tempi non fusi insieme, ma nettamente separati da un colpo di frusta in fase di sceneggiatura, testo che abbandona il presente senza preavviso e fa della storia di background la parte principale dell’intera opera lasciando incompiuto tutto ciò che veniva prima. Spiegazioni che seguiranno nella seconda parte del duo filmico di Alemán.

La herencia Valdemar

Chi tanto professa di amare Lovecraft dovrebbe sin da subito capire che l’atmosfera dettata dalle sue parole è tutto, un dettaglio trascurato e relegato alle sole scenografie, talvolta così arronzate da fornire un pessimo contorno alla già lenta impalcatura del tutto, emozionante solo per pochi minuti. I minuti peggiori di tutti, gli unici davvero diretti male da Alemán, condannato ad un cast improponibile. Su tutti l’ormai defunto Paco Maestre, interprete dell’occultista Aleister Crowley, l’unico inglese dall’accento spagnolo di tutta la storia dell’umanità, ma seguono poi Laia Marull, compagna di Lazaro, e Ana Risueño e Óscar Jaenada, il duo che su di un treno discute della leggenda, duo da cui avrebbe potuto iniziare benissimo il film senza includere la precedente mezz’ora di preambolo abbandonato fino a metà dei titoli di coda.

Nulla di terrificante accade per l’intera durata del film, non si teme neanche per un istante che qualcosa possa accadere ai protagonisti, personaggi a cui non ci si affezionerà neanche per un istante, solo la musica di Arnau Bataller permette a qualche brivido di salir su per la spina dorsale: il terrore che Tommy Wiseau possa uscir fuori da un portale e salutarci tutti col suo terribile “Oh, hi Mark!”. Le musiche sono uguali a The Room in certi punti. A questo punto Alemán dovrebbe sottolineare come le due opere debbano essere viste come un tutt’uno, ma è qualcosa che non si può chiedere al pubblico, desideroso di sapere dove diavolo si voglia andare a parare. Inutile andare oltre, altre parole saranno spese per la Sombra e per dire che di Lovecraft non c’è nulla, neanche nel vuoto.

Fausto Vernazzani

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