Roma 7 - Kira Muratova

Roma 7: Un diario – Episodio IV

Roma 7: e alla fine sperammo di veder le stelle – di Fausto Vernazzani.

Ci ho provato. Ripetutamente. Non riesco a scriverne, di Ixjana è impossibile parlare, il film dei fratelli Skolimowski è talmente brutto che non c’è niente che si può dire. Che dire poi ad un Festival ormai terminato, un’edizione che possiamo solo applaudire per il suo coraggio e la sua innovazione, pellicole su pellicole che mai avremmo visto se non grazie al Super Direttore Marco Müller.

È stato odiato da tutti, continuano ad essere pubblicati articoli su articoli sull’orrore che molti giornalisti pare abbiano subito a causa di questa VII edizione, ma io voglio dirlo: Roma 7 è stata la migliore edizione mai vista fino ad oggi e ci auguriamo che Müller non lasci la capitale, se non per Lidi migliori dove il suo lavoro possa essere apprezzato.

Avremmo mai potuto vedere il magnifico film Aleksey Fedorchenko o il surreale gioco della Kira Muratova? Il cinema orientale in quale altro Festival internazionale si era mai fatto applaudire già solo a partire dal solo logo della Milkyway di Johnnie To e Wai Ka-Fai?

Diamo a Cesare quel che è di Cesare

Grazie” è l’unica parola e l’unico suono che si addice a questa edizione, a tratti pesante per numerosi passi falsi, ma non fatti dal Direttore Artistico, bensì dai registi stessi che, dopo una carriera di valore (come si può dire della Donzelli e Franchi), cascano giù. Lo sbaglio del regista è lo sbaglio del Direttore Artistico? Non credo affatto.

Un’edizione in cui si son visti almeno due capolavori è un’edizione di successo e sul red carpet dell’Auditorium hanno sfilato registi davanti cui m’inchinerei: Carlos SabogaPeter Greenaway, Kira Muratova, Aleksey Fedorchenko, Q, Enrique Rivero, Johnnie To, Feng Xiaogang.

Stelle sul red carpet

C’è chi lamenta un’assenza di star dal red carpet di Roma 7, ma è questo un buon metro di giudizio? Un Festival si fonda sulla presenza di grandi star o sulle proiezioni di grandi film? Tutti i giornalisti che accusano Müller di non aver invitato grandi attori e/o grandi registi sono persone che del mestiere probabilmente non hanno capito nulla, un’accusa che io faccio a loro senza volermi auto-includere tra coloro che ne hanno invece la piena comprensione.

Eppure, nonostante tutto, mi chiedo se Adrien Brody, Sylvester Stallone, James Franco e la carrellata di attori italiani non siano stati sufficienti a placare la fame di coloro che volevano solo guardare gente di luoghi lontani (ma da film poco interessanti).

Grandi registi se ne sono visti a Roma 7, anche di cult come Paul Verhoeven, Guillermo Del Toro, Walter Hill e il Super Produttore Jeffrey Katzenberg, mentre dalla Disney/Pixar si è fatto vedere il regista Rich Moore, candidato all’Oscar per il Miglior Film d’animazione insieme a Peter Ramsey per la DreamWorks Animation.

Dall’Italia son poi arrivati Carlo Verdone, Giuseppe Tornatore, Giuliano Montaldo, Pippo Mezzapesa e attori ‘noti’ quali Isabella Ferrari, Luca Argentero, Riccardo Scamarcio, Margherita Buy, Sergio Rubini e chi più ne ha più ne metta. E’ vero, Bill Murray, Charlie Sheen e Jude Law hanno abbandonato la scaletta, ma è proprio questo quello che chiedete da un Festival?

I premi che vorremmo vedere a Roma 7

Viva Marco Müller, Viva questa nuova direzione presa dal Festival di Roma. Dopo tutto ciò è d’obbligo, a distanza di mezz’ora dalla proclamazione dei vincitori del Concorso Ufficiale e di CinemaXXI, fare i nostri pronostici, avendo visto tutti i film partecipanti al concorso principale, meno uno, quello che molti danno per favorito, ovvero The Motel Life.

Ma ecco qui quello che noi pensiamo sia giusto, i nomi che vorremmo andassero via tenendo in mano la statuetta del Marc’Aurelio d’oro di questo Roma 7, non molto ambita ma di valore accresciuto grazie alla selezione a cui abbiamo assistito.

Premio per la Miglior Sceneggiatura

Due sono i film che eccellono nella scrittura, due film agli antipodi l’uno dall’altro, non solo per genere, ma anche per reazione del pubblico. Molti hanno dormito in sala ai 140 minuti del film francese Un enfant de toi di Jacques Doillon, ma i dialoghi brillanti e la perfetta struttura realizzata dallo stesso regista, meriterebbero un riconoscimento per la sceneggiatura. Credibile dal primo all’ultimo minuto, interessante e scorrevole, è degna d’un premio nonostante il russare in sala di molte persone.

L’altro possibile candidato è invece il cinese Feng Xiaogang con 1942, scritto dall’autore del romanzo Remembering 1942 Liu Zhenyun. Autore d’una sceneggiatura che unisce tanto la propaganda tipica del cinema della Mainland China quanto l’avventura d’uomini comuni con cui ogni persona di questo mondo si può identificare, senza mai sentirsi distante da un mondo che la nostra cultura vuole a tutti i costi ignorare, pur essendo di grande valore e anche dal forte carica emotiva.

Premio per il Miglior Contributo Tecnico

Anche qui potrebbe candidarsi 1942, con il Direttore della Fotografia Liu Jei, già vincitore appunto del premio dedicato alla categoria tra le assegnazioni collaterali della serata principale. Un lavoro estremamente curato, una costante de-saturazione che mostra il mondo degli sfollati a causa della guerra e della carestia nell’Henan, abitanti d’un mondo fatto di grigi e ben poco altro.

Gerardo Barroso e Arnau Valls Colomer vanno invece applauditi ancora a distanza di giorni dalla proiezione del meraviglioso Mai morire di Enrique Rivero, film messicano dalla fotografia strabiliante, colori e tagli di luce che davano all’opera un aspetto mistico, quasi celeste. Non son forse degni d’una statuetta?

Premio per il Miglior Attore o Attrice Emergente

Qui ci sarà da piangere. In un mondo dove il giusto è giusto e lo sbagliato è sbagliato, Olga Milshtein, piccola attrice del film Un enfant de toi, stell(in)a brillante d’un film col cast più bello di tutto il Festival.

Il mondo però non è quello che vorremmo che fosse e con molta probabilità la gara sarà tra Adam Mediano, terribile protagonista di Marfa Girl di Larry Clark, attore alle sue prime armi preso dalla strada della stessa città in cui il film è ambientato, e la coppia di romanacci di Alì ha gli occhi azzurri, cioè Stefano Rabatti e Nader Sarhan, non i peggiori, ma neanche i migliori.

Premio per la Miglior Interpretazione Maschile

I concorrenti ideali son ben più d’uno: Hideaki Ito da Il canone del male di Takashi Miike, Charlie Sheen da A Glimpse Inside the Mind of Charles Swan III di Roman Coppola, Sun Honglei da Drug War di Johnnie To.

L’Oriente vince nel campo della recitazione,  nemmeno i francesi di Jacques Doillon potrebbero competere col talento del giapponese Ito e del cinese Sun, a cui si contrappone il facilitato Sheen, interprete di se stesso nel mediocre film di Coppola Jr. Ognuno di loro calato fino in fondo nella parte, è riuscito con un’esposizione incredibile a dar vita a personaggi difficili: Ito incredibile uomo dalla doppia vita; Sheen incredibile… Sheen; Sun straordinario poliziotto, come non se ne vedevano al Cinema da anni.

Se uno dei tre dovesse vincere saremmo felici, triste sarebbe invece se il francese Jean-Marc Barr dovesse anche avvicinarsi al palco, o l’innominabile scrittore del film degli Skolimowski.

Premio per la Miglior Interpretazione Femminile

La gara qui si stringe, le uniche attrici che ci hanno fatto sognare sono stata l’ex cantante Marguarita Saldaña della perla del Messico di Xochilmico, dove la sua vita scorre nel desiderio di un’immortalità da fuggire nel film Mai morire.

Contro di lei se la gioca invece Lou Doillon, che, come immaginerete, viene da Un enfant de toi di Jacques Doillon, dove i quattro attori e mezzo andrebbero tutti premiati, ma in particolare il lato femminile, in cui spicca tra le due proprio la protagonista Aya, a discapito della Gaelle di Marilyne Fontaine.

Anche qui il pericolo è grande, nonostante la bruttezza infinita, in molti ancora sostengono che Isabella Ferrari sia tornata al cinema d’autore. Quello sarebbe uno scandalo, come anche la lontana possibilità di una nomination a Laura Chiatti.

Premio Speciale della Giuria 

Jeff Nichols, ti prego, non fare stupidaggini. I migliori film di Roma 7 sono stati solo tre e ad ognuno di loro andrebbe dato uno dei premi più importanti del Festival.

In questo caso il premio della Giuria, quello che da sempre rappresenta un’eccellenza più difficile da digerire, spetterebbe a Kira Muratova, regista che con il suo Eterno Ritorno: Provini rappresenta il gioco e lo scherzo del Cinema, la sua bellezza non solo in quanto mezzo d’intrattenimento, ma anche di riflessione sulla scena e su se stessi.

Un capolavoro che farà arrabbiare tante persone e che con molta probabilità rimarrà vincitore solo sulle pagine e le bocche di chi l’ha amato, ma la speranza è sempre l’ultima a morire.

Premio per la Miglior Regia 

Chi meglio di Johnnie To per un premio dedicato ai grandissimi sforzi d’un autore senza tempo, i cui film d’ogni genere hanno sempre entusiasmato il pubblico d’ogni platea, tra le quali la più fortunata è proprio quella romana, che ha assistito a Drug War che, insieme ad Election, è forse il suo capolavoro.

Ritmi serrati, una storia che va oltre l’intimità da lui sempre rappresentata, raccontata con uno stile nichilista e sempre presente che difficilmente si può dimenticare e/o far dimenticare. Di meglio non si è visto a Roma 7, se non gli altri due film che con il concetto, il messaggio e l’idea, hanno spaventato molti ed incantato tanti altri.

Premio per il Miglior Film 

Lo abbiamo scritto in tutte le nostre recensioni, di volta in volta non siamo mai riusciti a trovare qualcosa di meglio dell’antropologico e divertito film del russo Aleksey Fedorchenko. Le Spose celesti dei Mari della pianura sono un incantevole vortice di magia, storia e nostalgia, un viaggio tra i monti Urali e le rive del Volga, nel cui mezzo vive una popolazione che ancora crede nel potere della Betulla e nei morti che resuscitano, sia nella città che nelle zone più nascoste, vicino ai boschi dentro cui vive l’orrenda Ovda.

Non si può non negare la bellezza d’un film come Spose celesti, affascinante e straordinariamente diretto con la carica d’un ragazzino entusiasta fiero d’aver scoperto le 23 donne che han calcato il tappeto rosso di Roma, tutte insieme nella speranza di aver lasciato il segno con i loro incantesimi, i loro strilli, i loro orgasmi e i loro splendenti occhi azzurri. Marc’Aurelio d’Oro.

Con questo chiudiamo e ci diamo appuntamento a domani per le nostre considerazioni finali, con i vincitori anche della stupenda sezione CinemaXXI, dove si sono visti i film migliori, innovatori d’un linguaggio cinematografico a volte troppo piatto. Incrociamo le dita e, ancora una volta, viva Müller.

 

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