Delhi dance

ROMA7: Delhi Dance (Ivan Vyrypaev, 2012)

Da film a video con la Delhi Dance – di Fausto Vernazzani.

Nel corridoio d’un ospedale in Russia si crea una bolla in cui il tempo scorre all’indietro e la storia prosegue in avanti. Non c’è altro luogo all’infuori di una delle tante panchine d’una sala d’attesa. Lì v’è seduta una ragazza,  ballerina, bella, in attesa di sapere sua madre come sta, finché la notizia della sua morte non la colpisce, ma l’assurdo vuole che il suo interesse cada più su Andrej (Igor Gordin, il migliore tra tutti), uomo sposato di cui è innamorata, di cui parla alla sua amica critica teatrale.

Il Film 1 finisce dopo pochi minuti, il Film 2 inizia, continua da dove il primo è finito, ma il tempo torna indietro, Delhi Dance comincia ad andare in loop, ma tutto cambia di volta in volta, anche chi è vivo e chi è morto. In concorso nella sezione cinemaXXI, il film del russo Ivan Vyrypaev è di certo sperimentale, ma ben poco cinematografico.

Composto da 7 Film diversi, Delhi Dance si perde nella narrazione di esistenze il più lontano possibile l’una dall’altra, ma unite da uno spazio entro cui ruotano in eterno come dei pianeti intorno ad un Sole, si muovono con discrezione, ripetono le stesse battute, ma vivono in una crescita solo mentale e spirituale, capendo dove le loro esistenze sono destinate a chiudersi: meglio vivere male la propria vita che bene quell’altrui, sostiene la critica, moriremo tutti dice invece l’infermiera, il silenzio è d’oro secondo Andrej. Quello su cui son tutti d’accordo, almeno coloro che ne hanno esperienza, è che la danza di Delhi, un ballo portato dalla ragazza direttamente dalla capitale indiana, è un atto performativo così bello da far dimenticare chi sia il colpevole d’ogni cosa, da spingere le persone che vi assistono a ricercare una comprensione più alta del mondo e delle cose.

Girato quasi del tutto in soli campi totali e campi e controcampi di primi piani, il video – perché in altra maniera non si può definire – di Ivan Vyrypaev, finisce col rappresentare più un’opera teatrale che altro, un esperimento riuscito nel suo genere, nato con un’ottima idea, terminato senza suscitare nulla più che interesse nei confronti del momento di genio del regista.

Il cast è solido, i protagonisti funzionano e la contrapposizione di tempo ed eventi è brillante, ma dopo aver vissuto la formula proposta già due e poi tre volte, si perde l’attenzione, sfociando in tutt’altri pensieri che non riescono a collimare con i grandi discorsi filosofici tenuti dai protagonisti. Ci si può sentire affascinati da tutti i modi di assistere alla bellezza della vita, agli orrori dell’esistenza e alla consapevolezza di non aver vissuto, aforismi vengon fuori dalle bocche dei personaggi come proiettili da una mitragliatrice, ma il risultato è uno ed uno solo: confusione.

Non tra i peggiori prodotti visti al Festival romano, nemmeno tra i migliori della sua sezione, il cinemaXXi, in cui si son visti i migliori film di questa VII edizione, tra cui anche un capolavoro epocale come Il regno delle carte di Q.

Ivan Vyrypaev è un chimico vincente, creatore d’una composizione straordinaria, ma incapace di sfruttarla al meglio, autore di un format che si spera venga preso da qualcun altro per poterlo utilizzare al fine di creare qualcosa di veramente interessante, che possa mantenere alta l’attenzione dello spettatore senza farlo cascare in un abisso di asettiche illuminazioni.

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