La fornaia di Monceau (Éric Rohmer, 1962)

di Nicola Palo.

Il narratore (Barbet Schroeder), studente di legge a Parigi, incontra spesso Sylvie (Michèle Girardon), innamorandosi di lei. Sylvie d’improvviso scompare e, nel tentativo di ritrovarla, il protagonista scopre una pasticceria nella quale, poco a poco, seduce la commessa Jacqueline (Claudine Soubrier). Il giorno del loro primo appuntamento Sylvie riappare…

La fornaia di Monceau, cortometraggio diretto nel 1962 da Éric Rohmer, è il primo capitolo del ciclo Sei racconti morali, del quale è un’ideale prefazione, sia per la sua brevità – 23 minuti -, sia perché riassume tutti i principali contenuti che poi saranno ampliati e sviluppati nei successivi capitoli. Il lavoro di Rohmer si dirama, essenzialmente, in due direzioni: 1) arrivare ad un punto comune con la letteratura e 2) la scelta, come tema principale di una riflessione cinematografica e filosofica.

Per quanto riguarda la prima tematica, Rohmer trova il punto comune tra letteratura e cinema nel discorso libero indiretto. I dialoghi sono stati accuratamente scritti seguendo questa tecnica narrativa, in modo tale da oscillare sempre tra il commento narrativo e lo svolgersi dei movimenti della coscienza del narratore-protagonista. L’immagine è come se si riflettesse nella cinepresa che, con le sue inquadrature-miniature, si trasfigura nella coscienza del protagonista. Ciò che vede, che percepisce la cinepresa è emanazione stessa della coscienza del narratore-protagonista. In questo senso trova spazio il suo girovagare per la città (caratteristica tipica dei film di Rohmer), che si differenzia dal vecchio realismo in quanto inizia a liberarsi delle coordinate spazio-temporali, per sussistere in se stesso e trovando valore per se stesso, come espressione di una nuova e caotica società. Questo vagare è, ovviamente, anche il viaggio stesso della coscienza: i non-movimenti di macchina, oltre ad astrarre luoghi e tempi, trasformano la cinepresa in una sorta di “coscienza formale etica”, come la definì Deleuze, capace di portare alla luce l’immagine libera indiretta del nevrotico mondo contemporaneo.

Questo aspetto, più tecnico e poetico, si ricollega direttamente alla tematica che il regista svilupperà durante tutto il ciclo, ovvero quella della scelta. Rohmer, seguendo una tradizione filosofica che idealmente parte da Pascal, decide di indagare la vera scelta, ovvero quella che consiste nello scegliere la scelta. Alla base del ciclo ci sono modi di esistenza immanenti e, quindi, etici, fatti di scelte, false scelte e soprattutto di coscienza della scelta (tema magistralmente indagato nel quarto capitolo dei racconti, La mia notte con Maud). La scelta iniziale, nonché definitiva, del protagonista verrà lentamente sedimentata nella sua coscienza fino a scontrarsi con la falsa scelta, quella della seduzione di Jacqueline. Il processo narrativo è intrecciato fin nei minimi particolari con l’evolversi della coscienza del protagonista, in quanto lui si illude di scegliere di sedurre la fornaia per punirla della sua sfrontatezza. È uno scontro tra l’aperta razionalità della scelta virtuosa e l’intricata passionalità della falsa scelta, destinato a concludersi con il ritorno di Sylvie. In questo senso, il protagonista risulta inadeguato alla scelta in quanto non è stato capace di assumersene fino in fondo la responsabilità, nonostante non l’abbia mai abbandonata, lasciandosi distogliere dall’egoismo e dall’irrazionalità rappresentati dallo scegliere la fornaia. Sylvie, quindi, ha un carattere risolutivo, in quanto ha avuto la forza di non distogliersi mai dalla sua scelta iniziale.

La fornaia di Monceau è, quindi, uno dei modi migliori per avvicinarsi al cinema di Rohmer in quanto in esso si trovano le coordinate principali, non solo del ciclo Sei racconti morali, ma di tutta la sua produzione cinematografica.

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