Il ponte delle spie - CineFatti

Il ponte delle spie (Steven Spielberg, 2015)

Un biopic romantico sul ponte delle spie di Spielberg

Da Lincoln è un passo avanti nel futuro, dal 1865 arriviamo al 1957 senza alcun giramento di testa. Janusz Kaminski illumina con le stesse luci gli uomini tutti d’’un pezzo che hanno reso grandi gli Stati Uniti d’’America.

L’’atmosfera è la stessa, il calore delle lampade accarezza il pubblico meglio d’i un effetto 3D. Il mondo anche, sempre diviso, stavolta non tra Nord e Sud, sono bensì i due blocchi della Guerra Fredda: USA contro l’’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

In mezzo una coppia di cui sentivamo la mancanza dal lontano 2004 di The Terminal, l’’ultimo film girato insieme da Steven Spielberg e Tom Hanks.

Viva la costituzione

Il ponte delle spie è un’’altra storia vera, è un’altra dichiarazione d’’amore alla Costituzione, il “libro delle regole” che rende cittadini statunitensi le persone che calpestano il suolo che dividei due grandi oceani.

James B. Donovan, un avvocato nel ramo delle assicurazioni facente parte di un importante studio legale, è incaricato dal proprio superiore di prendersi cura di un caso penale affidato loro dalle istituzioni: offrire la miglior difesa possibile a Rudolf Abel (Mark Rylance) arrestato dal FBI con l’accusa di essere una spia sovietica. Donovan accetta con serietà, al contrario di chi voleva fosse solo un processo farsa.

Il ponte tra i Coen e Spielberg

Spielberg dà il meglio di sé in questa prima ora de Il ponte delle spie, scritto da Matt Charman e da Joel e Ethan Coen. Un legal drama all’’inizio con pesanti risvolti politici in cui si crea un punto di ’incontro tra il cinema di Spielberg e i Coen.

Hanks da una parte della cella, più l’immagine d’un uomo che un personaggio reale, in un dialogo con Rylance, uscito pari pari dal teatro grottesco del cosiddetto regista a due teste, con le sue pacate risposte fisiche e verbali. Servirebbe?

Chiede così in continuazione il russo quando Donovan stupito gli domanda come mai le sue vicende non provocano in lui alcuna reazione. Rylance resterà impresso nella memoria, come il suo racconto dell’’uomo tutto d’’un pezzo.

Il passaggio del testimone

I fratelli Coen sbiadiscono col proseguire della storia e Spielberg torna il Re, trasformando Il ponte delle spie da pseudo-legal thriller –- il lato più attuale della pellicola definito, intelligentemente, dai critici d’’oltremanica un forte commento critico alla politica di Obama e Bush su Guantanamo -– a film di spionaggio.

Qui il legame con Lincoln salta, Kaminski non è più chiuso tra abitazioni private e aule di tribunale: siamo nella gelida Berlino Est, dove Donovan condusse uno storico scambio di prigionieri. Abel in cambio di Francis Powers, catturato in seguito all’’abbattimento del suo aereo mentre scattava foto della Russia a 70’000 piedi d’altezza.

L’’anno non poteva essere più interessante: poco tempo prima la Repubblica Democratica Tedesca, dal lato di Mosca, ha innalzato un muro per dividere in due Berlino, costruendo un regime di terrore e anarchia sul lato Est controllato dall’URSS.

Il ricordo di Ryan

La didascalia BERLINO divide anche Il ponte delle spie e Hanks dovrà vedersela coi rappresentanti del KGB, della DDR per ottenere lo scambio con Powers e Pryor, un innocente studente di economia trovatosi al posto sbagliato nel momento sbagliato, ignorato anche dagli ufficiali della CIA, interessati a riavere solo il pilota. Un nuovo tassello storico che mostra il vecchio Spielberg nella sua poetica, ovvero il rispetto inamovibile per la vita umana, anche se di un uomo solo.

Ogni uomo è importante recita Donovan, è il suo mantra e Spielberg attraverso le sue immagini ci riempie gli occhi con l’umanità e semplicità d’intenti dell’avvocato.

Parliamo di argomenti ben diversi dagli eroi, Hanks interpreta un giusto come prima di lui furono Schindler e Lincoln, ma a differenza loro, importanti a sufficienza da dare anche un titolo ai biopic col proprio nome, sono i principi di una comunità, di una costituzione e soprattutto di un’’idea ad avere una posizione privilegiata.

L’’atto di accusa de Il ponte delle spie è chiaro come il Sole, se sosteniamo di essere migliori degli altri, dobbiamo anche darne prova con le nostre azioni.

È evidente, Spielberg è un narratore nato. Lincoln, un film magico, si piega sotto il peso di una sceneggiatura più statica, è una ricerca estetica fotografica e registica. Per quanto si elevasse molto al di sopra della media era un passo indietro rispetto a quanto Spielberg negli anni ci ha abituato. Il ponte delle spie arriva con in valigia tutti i vantaggi e i pregi di Lincoln, li utilizza però insieme a una storia ben calibrata, avvincente – l’apporto dei Coen si fa sentire – con momenti didascalici necessari, inscritti in un quadro dove si vuole parlare a tutto il pubblico e dar lui un coinvolgimento adeguato, un momento di commozione per raccogliere quanto si è provato in un film lungo 140 minuti che a ricordarlo sembra esser durato una vita. Una bella, bellissima vita.

È proprio vero che il nome di Spielberg è sinonimo di cinema.

Fausto Vernazzani

Voto: 5/5

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