The Stand - CineFatti

The Stand al giro di boa: Episodio 5 – CineKing #10

[SPOILER ALERT: come sempre avviso i lettori, questo diario farà spoiler su tutto, dalla miniserie al romanzo. Se non volete anticipazioni sugli eventi o dovete ancora leggere/vedere the Stand vi suggerisco caldamente di non proseguire se il vostro desiderio è arrivare ignari a ogni capitolo di entrambi. Lunghi giorni e piacevoli notti!]

[CINEKING: scarseggiano le novità dal mondo kinghiano, ma questo mese ve ne sono un paio, dunque se volete saltare il diario andate giù (molto giù) e troverete la parte che vi interessa. Sì, anche questa settimana ho scritto la Bibbia, chiedo umilmente perdono, mi lascio prendere facilmente la mano con le cose interessanti.]

Paura e delirio a Las Vegas con la compagine di Randall Flagg

Sono un ricordo lontano le elucubrazioni mentali del podcast Loser’s Club su quali pesonaggi sarebbero stati protagonisti assoluti dei singoli episodi, basando le ipotesi sui titoli di ognuno, freschi di annuncio da parte della CBS All Access. È ormai evidente da tre episodi come the Stand abbia deciso di abbracciare in toto la natura corale de L’ombra dello scorpione di Stephen King e lo si può dichiarare a giorni dall’uscita dell’episodio più arretrato e al contempo “interessante”. Verrebbe persino il desiderio di posare il libro, ma davvero non ce la si fa.

È chiaro come sia da intendere per una semplice questione di affetto, lo vuoi accanto perché il tempo gli ha dato modo di mettere radici nella tua mente e non perché in qualche modo L’ombra sia superiore a the Stand. Anzi, azzarderei che questa terza riscrittura del Re è nettamente superiore alla prime due. Per sapere cosa intendo esattamente ci rivedremo all’attesissima Coda: Frannie in the Well di Stephen King che andrà in onda l’11 febbraio. Adesso tuffiamoci dentro Fear and Loathing in Las Vegas di Chris Fisher.

Viva New Vegas

Il titolo del quinto episodio credo non abbia bisogno di ulteriori spiegazioni: siamo finalmente nella Las Vegas di Randall Flagg (vediamo Alexander Skarsgård nel suo glorioso Denim) e a farci da Virgilio in questo inferno abbiamo quella Dayna Jurgens conosciuta solo la settimana scorsa. Domanda retorica: significa che nel numero cinque l’approfondiremo? Neanche per sogno. Natalie Martinez non avrà occasione di saltare indietro con dei flashback, tutto ciò che sappiamo di lei è il carattere forte data da una scena abbastanza stereotipata.

È il classico elenco delle difficoltà dinanzi a cui un personaggio viene posto nel momento in cui riceve l’offerta di una missione impossibile. È il caro Gimli che recita le “scarse possibilità di successo” prima di marciare verso la battaglia dei Cancelli Neri ne Il ritorno del re. Una scorciatoia che ci dà il senso del coraggio di Dayna e fare da unico background a un personaggio comunque ben interpretato e il cui solo scopo è aprire una finestra su Las Vegas. Facendo così viene meno anche l’accennata omosessualità (senza Sue Stern) presente nel romanzo.

La incontriamo nei lavori alla diga destinati a illuminare la città della perdizione, dov’è recuperata da Julie Lawry (Katherine McNamara) nel frattempo diventata la compagna del criminale Lloyd Henreid, braccio destro di Flagg, liberato dal carcere di Phoenix nell’episodio Pocket Savior. Essendo una donna di bella presenzacome piace dire agli avvocati di oggi (sigh) – viene immediatamente “reclutata” da Lloyd per entrare nel suo harem personale e portata ai piani alti degli alberghi di lusso dove il braccio destro e Flagg vivono come dei pasha.

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Guardate come sono cattivi, indossano biancheria intima trasparente e abiti succinti, bevono e fumano
Paurissima (del calzino bianco però sì).

Caos cammina con me

Se c’è un’altra cosa chiara è che in the Stand nessuno dei cattivi riesce a quagliare. Il caro King dette ad Harold Lauder sogni di latte e miele con Nadine Cross, mentre Lloyd si godette cinque giorni nel letto con Dayna. La miniserie opta per questa soluzione: se sei cattivo (ma protagonista), vai in bianco. È la stessa Julie che blocca l’appetito sessuale di Lloyd prima che inizi una scenetta kinky con tanto di frustino nelle mani di Dayna, giacché, a quanto pare, Henreid non riesce ad avere erezioni se il nome di Flagg è pronunciato ad alta voce.

Poco importa perché Lloyd gode meglio nello shopping, quando può incarnare Nicolas Cage vestendo e rubando le movenze del Sailor Ripley di Cuore selvaggio. Nat Wolff vorrebbe mostrare un pusillanime violento in uno stravagante tentativo di nascondere le zampe con cui striscia sul terreno, indossando abiti sgargianti di pelle e con piroette per distrarre dal suo essere fondamentalmente inutile. Nel mondo di Randall Flagg in fin dei conti serve solo il caos, la struttura con cui si regge Las Vegas non è mai mostrata dalla miniserie in questo episodio.

Con gli occhi terrorizzati e disgustati di Dayna ne vediamo il basso e l’alto. Rimessa in ordine da personale operaio – anche qui l’industria fa da presentazione alla ricostruzione come accadde per l’introduzione di Boulder – e in una fontana di eccessi nel cuore dell’hotel. Gli schiavi catturati sono trucidati in una moderna versione dei gladiatori, in realtà simile a una distopia fine anni Settanta degna di Richard Bachman (La lunga marcia, L’uomo in fuga) se consideriamo l’introduzione di Rat Woman (Fiona Dourif) nel ruolo di una conduttrice in abito piumato.

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Fiona Dourif ci introduce alla nuova puntata de L’uomo in fuga. È un personaggio “bachmaniano” più che kinghiano.

Un problema col sesso

Mentre scorre sangue al centro, ai margini dell’arena uomini e donne ballano senza sosta come se fossero in discoteca. Hanno rapporti sessuali l’uno con l’altro e soprattutto sembrerebbero usciti tutti dalla copertina di Men’s Health e Playboy. Potremmo accordare questa libertà a the Stand considerando che Lloyd e Flagg ammettano nel cuore pulsante di Las Vegas solo le “belle presenze” su citate, fatto sta che appare abbastanza forzato e così antiquata come idea del male da risultare abbastanza fastidiosa, se mi è concesso scriverlo.

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Lloyd lo trovo però adorabile e prossimamente c’è da parlarne in modo più approfondito.

Il male in senso stretto non è definibile come oggetto fisico come la bellezza, ovvero la forma che assume l’ideale nel tempo in cui è inserita. È un concetto ampio che va stringendosi col tempo attorno alla figura di coloro che in un modo o nell’altro desiderano limitare la libertà altrui. Ai miei occhi non è un “semplice” essere violenti o viziosi. Il desiderio sessuale non fa di te una persona orrenda, così come la poligamia né l’omosessualità e qui c’è un grande MA su cui spero the Stand lavorerà negli episodi successivi. L’unica rappresentazione dell’omosessualità vista sinora è a New Vegas, Boulder è la terra degli etero dove la parola FUCK riceve come risposta “non sei tu”.

C’è poco da fare, gli states tradiscono sempre il loro innato bigottismo. Il sesso è arma, il sesso è violenza. È l’occasione persa di affrontare quattro anni di trumpismo mettendo in scena il male come lo conosciamo oggi nel mondo: il proliferare dei cosiddetti sovranismi. Qui nel nostro paese li conosciamo coi volti delle fogne leghiste, forziste e di fratelli d’italia (minuscole volute) mentre gli USA fra razzismo sistemico, omofobia, transfobia, xenofobia e desiderio di inaugurare uno stato fascista, avevano l’imbarazzo della scelta. Invece a New Vegas regna sovrana la tolleranza, purché si faccia sesso si accetta tutto. Si vede che la mia realtà è assai differente.

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Anche Randall Flagg come Homelander beve latte fresco.
Qualcuno mi ricorda da quando i villain amano così tanto bere latte?

I mal-umori

Questa the Stand ci racconta ancora una volta del male insito nelle nostre secrezioni. È nel sangue e negli umori del sesso, scorre in noi come il peccato originale da cui ognuno dovrebbe essere mondato. La miniserie avrà abbandonato la visione catto-agricola del romanzo e della precedente di Mick Garris, ma sembra che non abbia saputo ancora come rappresentare gli schiavi del diavolo se non col vizio: sesso, droga e rock ‘n’ roll. Era evidente sin dai trailer, dalle prime immagini diffuse, ma coi passi avanti fatti nei quattro episodi precedenti, speravo davvero anche questo pregiudizio sarebbe stato annientato senza alcuna pietà. Invece è un netto passo indietro.

Il cinema statunitense ha sempre adottato un silente manuale di prossemica nella rappresentazione del sesso. Ogni posizione ha uno specifico significato per quanto riguarda la funzione del personaggio femminile. Il bigottismo sul grande schermo nelle produzioni ad ampia diffusione regna imperante, ma la televisione negli ultimi vent’anni si era affrancata da questa mostruosità. La (post)serialità ha dato modo al sesso di entrare nelle case degli spettatori, quella intimità fra apparecchio e pubblico ha sdoganato il nudo e le scene di sesso più spinte, perché sa di dover rappresentare un immaginario vivo e in forze fra le quattro mura di chi siede davanti al piccolo schermo.

Stupisce dunque vedere una miniserie come the Stand fare un balzo indietro, affiancarsi allo stile del cinema. Pretende dal sesso un solo obiettivo di matrice cattolica: la procreazione. Veniamo dunque a Nadine, infuriata col mondo e pronta a tutto pur di arrivare a New Vegas dall’unico “uomo” che la valorizza per la principessa qual è – personaggio assai bidimensionale. Dopo un incontro con Mother Abagail comprende di avere una scelta: Larry Underwood (Jovan Adepo). Fare sesso con Larry la libererebbe dal ruolo di compagna di Flagg. Ma è sesso, non amore e quando Nadine lo propone a Larry dicendo che vuole scopare lui è sconvolto da tanta audacia.

Davvero? Mettendo da parte il fatto che né Nadine né Larry avevano sinora nella miniserie dimostrato alcun interesse l’uno per l’altro, mi lascia alquanto perplesso come gli sceneggiatori abbiano deciso di far rifiutare l’offerta a Larry. Risponde con un “non sei tu” e con un padremaronniano e se poi te ne penti?” come se una donna desiderosa di avere un rapporto sessuale (in sé, sia ben chiaro) fosse necessariamente fuori di sé. Lei delusa, se ne andrà puntando alla città dove il sesso è possibile praticarlo come ti pare e piace. Purché sia con Flagg, per lei. Si suppone Frannie e Stu abbiano rapporti, ma chi lo sa, la loro relazione è mostrata in modo abbastanza pudico.

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Nadine Cross riflette sui suoi malefici desideri sessuali.

Harold vs Good

Ora tocca all’aspetto superiore dell’episodio, Owen Teague. È lui l’unico personaggio a scavalcare la coralità, il solo a possedere un arco narrativo interessante su cui puoi porti delle domande. Accetterà di andare fino in fondo oppure si tirerà indietro? Se la miniserie deviasse dal romanzo non ne sarei affatto dispiaciuto, lo ammetto a costo di vedere le mie dita spezzate dai super-fan kinghiani. Harold Lauder è senza alcun dubbio il migliore e lo è grazie a Teague, un attore fenomenale che tira fuori da qualsiasi scena un mondo intero di sensazioni. Osservare quel suo sorriso inquietante e gli occhi alienati puntati su Odessa Young sono un momento altissimo di recitazione.

Il nostro Harold è infatti impegnato nel mantenere dei buoni rapporti col popolo di Boulder dopo essersi reso complice dell’omicidio di Teddy Weizak (Eion Bailey) in the House of the Dead. Il problema è che non ci riesce, perché la sua mentalità è estranea ai comportamenti socialmente accettati: inveisce contro Teddy non appena finge di scoprirne la morte, lo accusa di debolezza per essersi suicidato e ride e scherza fin troppo per una persona che si suppone abbia perso un amico. Nasconde qualcosa, Frannie lo percepisce e lo invita a cena per mandare Larry a rovistargli casa in cerca di indizi. La scena della cena me la sono rivista, perché Young e Teague eccellono.

Meriterebbero entrambi una candidatura agli Emmy nel 2021, sul serio. È sulle loro spalle che si regge the Stand, senza nulla togliere al resto del cast che dal primo all’ultimo fa un grande lavoro. Whoopi Goldberg? È sempre lì, con qualche scena in più e sempre meno importanza: la conosceremo mai con un benedetto flashback? Capiremo mai chi è davvero? Ho la sensazione che non avverrà. Adesso concludo con questo resoconto minuto per minuto (non è vero, ho lasciato da parte la morte di Dayna, la presenza di Tom e il cameo dei pozzi neri in Randall Flagg) con la consapevolezza che nel sesto episodio vedremo finalmente Pattume (Ezra Miller). Era ora.

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Si vede che a Dio piacciono i costumi pirateschi
Sfoglia le pagine del diario:

Episodio 1, The End (Josh Boone)
Episodio 2, Pocket Savior (Tucker Gates)
Episodio 3, Blank Page (D. Krudy e B.S. Cole)
Episodio 4, The House of the Dead (D. Krudy e B.S. Cole)
Episodio 5, Fear and Loathing in Las Vegas (Chris Fisher)
Episodio 6, The Vigil (Chris Fisher)
Episodio 7, The Walk (Vincenzo Natali)
Episodio 8, The Stand (Vincenzo Natali)

CINEKING

Bòn, non è che ci sia chissà che da dire. È come se Hollywood e il mondo si fossero fermati per vedere cosa accade a King nel mondo post-the Stand. Il silenzio è totale: nessuna delle serie tivvù, film e miniserie in (pre)produzione proferiscono parola, lasciandoci nel buio.

Vi sono solo due novità e la prima è legata proprio a the Stand, ovvero l’uscita a maggio di una di quelle magnifiche pubblicazioni realizate dalla Titan Books, un the Art of dedicato alla miniserie. Non c’è bisogno che io dica che lo comprerò il prima possibile, nevvero? A curarlo sarà Andy Burns.

Andiaaamo a mieeeteree il graaaano

Costui nel 2018 pubblicò per i tipi della Cemetery Dance Publications (gente che con King lavora abitualmente) This Dark Chest of Wonders: 40 Years of the Stand. Come sia, come non sia… chi lo sa. Il costo è proibitivo e l’unica sarà attendere in un angolo buio in attesa che qualche ignaro possessore del libro decida di metterlo in vendita a un prezzo accessibile. Nel frattempo sullo scaffale salirà allegramente The Art and Making of the Stand. Spero solo il 2021 sarà più clemente in termini di pubblicazioni, il 2020 fu un vero salasso con ben sei nuovi testi.

L’altra news riguarda il cinema ed è una di quelle bad: Mike Flanagan non scriverà né dirigerà più l’adattamento di Revival. Poco m’importa se Revival lo considero uno dei peggiori romanzi in assoluto di Stephen King che ho letto – certo non peggio di Cell e the Outsider, no – perché parliamo di Flanagan, l’uomo che seguirei ovunque. Pure se dalla sera alla mattina decidesse di dirigere un remake di Cinquanta sfumature di grigio. L’uomo ha il cinema nelle mani. Per questo CineKing è tutto, ci si rilegge fra una settimana con la sesta pagina di diario e ricchi di Pattume!

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Non sono bellissimi?

9 pensieri su “The Stand al giro di boa: Episodio 5 – CineKing #10

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