Relic - CineFatti

La straziante sincerità di Relic

In Relic la pelle diventa l’abito della malattia

Si dice nei cooking show che le migliori ricette siano quelle con pochi ingredienti. Potrei affermare vale lo stesso per il cinema. Se penso al finale di Paese del silenzio e dell’oscurità allora accoglierò nella mia testa uno dei motivi per cui vale la pena vivere. Sì, è Werner Herzog la ragione di vita d’ogni persona dotata di buon senso. Oltre la venerazione dell’onnipotente vi è una inquadratura sola e che raccoglie in sé il senso di un film intero.

Vi dirò qual è? No, anche perché Paese dura poco e chiunque può vederlo e godersi la sua tragica meraviglia. Oggi parlerò di un altro film assai semplice, anche se appartenente a un altro universo rispetto al divino Herzog, ed è un piccolo horror australiano su cui ho scritto qualcosa come 5000 parole. Questo prima di giungere a un’argomentazione che ritengo soddisfacente, pulita da geyser emotivi forse troppo personali.

È la magia di Relic, spuntato mesi fa sulla rete e da allora diventato per me IL film del 2020 (almeno per ora). La concorrenza quest’anno è assai scarsa, ciò non toglie che l’esordio di Natalie Erika James sia un fiore delicato, da custodire e trasportare oltre quella finestra di tempo in cui si è affacciato al mondo: il pericolo che vada perduto o dimenticato va scongiurato a ogni costo, Relic prova ancora quanto amore ci sia nel genere horror.

Rima con dolore

È la storia del male giunto a unire tre generazioni: la nipote Bella Heathcote, la figlia Emily Mortimer e la nonna Robyn Nevin, affetta da una forma di demenza senile destinata solo ad aggravarsi. Il “capofamiglia” è assente, a essere presente per la nonna è la percezione che qualcosa di malvagio si trovi fra le mura di casa sua. James presenta un horror convenzionale in partenza: una sorta di haunted house, senza particolari guizzi.

Questo se volessimo escludere le ottime e naturali interpretazioni delle tre protagoniste, magnetiche sin dall’apertura. A questo punto vorrei andare oltre con la trama, ci ho riflettuto a lungo ed è impossibile parlare di quanto di Relic escludendo il finale dalla conversazione. Potrei dirvi di tornare quando avrete visto il film, oppure rassicurarvi sull’importanza del come anziché del cosa, lo splendore di Relic risiede lì.

[ALT SE NON VUOI SPOILER]

Visualizza immagine di origine
Bella Heathcote in Relic

La casa infestata tende ad allargare le dimensioni del luogo dove poggia una storia: esiste un oltre dietro le porte che ne espande i confini. Si moltiplicano le presenze, è una crescita esponenziale racchiusa in uno spazio solo all’apparenza contenuto, un po’ come la galassia al collo di Orione in Men in Black. Il caso di Relic procede in direzione contraria: la sua casa infestata si stringe, le presenze si accartocciano su sé stesse.

Nulla infesta la casa se non il mostro presentato sin dall’inizio: la malattia. Chiusa la finestra di Relic sono volato subito alla memoria a un’intervista di collider.com a Richard Stanley, in cui racconta come fra le ispirazioni di Color Out of Space vi sia la malattia di sua madre: nella sua memoria era vivido il ricordo dei suoni e dei dettagli estetici disumanizzanti che hanno caratterizzato gli ultimi giorni della povera donna.

Mamma Gardner che assorbe il figlio? Dubito chiunque l’abbia visto non sia stato colpito – per modo di dire – dagli effetti sonori caratterizzanti quella scena. Senza divagare troppo, Stanley nel suo ritratto straziante della malattia ha posto l’accento sul come doverla rappresentare e quale possa essere la sfida di dare un volto a una mentale, dove nell’immaginario comune non si manifestano deformazioni fisiche evidenti a un occhio poco allenato.

https://cdn.collider.com/wp-content/uploads/2020/05/relic-emily-mortimer-robyn-nevin.jpg
Robyn Nevin ed Emily Mortimer

Il mostro dentro

Scrivo poco perché chi è vicino nota anche le trasformazioni più piccole, ed ecco che infatti la James ci pone le due giovani donne come elemento di identificazione: dinanzi a una malattia opprimente come reagiremmo? La demenza senile della nonna in Relic schiaccia come un compressore chiunque le sta attorno: attira i cari in un dedalo con una sola direzione che porterà all’inevitabile annientamento di questi ultimi.

Esistono vie di fuga, scappatoie: la vita un’opportunità di scegliere la dà sempre, il problema è fra quali opzioni. Relic ne ha due, abbandonare la nave mentre affonda oppure guardare in faccia alla malattia e affrontarla.
Ed ecco il capolavoro di empatia diretto dalla James, a far da seguito a una scena adrenalinica e angosciante vi è lo sguardo compassionevole della Mortimer davanti alla madre interpretata da Nevin. La chiave è la comprensione e interrompendo il ritmo la James porta coi piedi per terra il pubblico con dei semplici dettagli.

Disgustosi, potremmo definirli così. La Mortimer straccia un pezzo alla volta la pelle dal corpo della madre, sfiancata dalla corsa per afferrare figlia e nipote con una furia senza ragione, la spoglia delle sue fattezze umane e lascia al passato il ricordo di chi era quella persona, introducendo a sé stessa e al pubblico la nuova forma. È uno striminzito, rinsecchito essere annerito, carbonizzato, bruciato dall’interno: ciò che resta al mondo da amare.

Visualizza immagine di origine
Emily Mortimer e Bella Heathcote

La mente infestata

La convenzionale haunted house coi suoi ritmi frenetici e l’atmosfera misteriosa cede il passo alle radici in cui affonda Relic, un’esperienza comune a molti di noi. La malattia, inutile illudersi, è qualcosa che tutti dovremo affrontare presto o tardi – oppure fuggirne, esistono anche quelle “persone” – e mostrarla attraverso lo sguardo ingenuo della paura dà al pubblico l’occasione di capire quanto questa sensazione sia in realtà un’amica. In situazioni simili la paura è naturale, ma può essere dolce come una calda carezza se la si accoglie in un abbraccio.

L’immagine finale con cui vi scioglierete in lacrime – o forse no, sono diventato assai sensibile lo ammetto – la lascio in sospeso a chi vorrà vedere il film. Conta che Relic così come Color Out of Space non indora la pillola e ritrae la malattia con una sincerità rara nel cinema cosiddetto “drammatico” dove il massimo sono due-tre sintomi e una testa rasata. Le radici di un male scavano più a fondo e celano un nero carbone che non può essere negato.

La James veicola il messaggio con brevi, lenti dettagli e stacchi di montaggio difficili da mandare giù, eppure di una dolcezza infinita. Da quando l’ho vista rientra ormai fra le mie scene preferite in assoluto e non perché in qualche modo vedo riflesso il mio vissuto – niente affatto, lo assicuro – ma proprio per la cruda delicatezza che la sostiene. La sincerità sa essere crudele, però talvolta è confortante sapere entro quali confini si agisce.

8 pensieri su “La straziante sincerità di Relic

  1. Quel finale, che commozione. Sono scese copiosamente lacrime anche sul mio viso. Abbracciare, in tutti i sensi, la nuova forma, la nuova condizione, la vecchiaia e la malattia. Accettazione, in una parola sola. Film stupendo e bellissimo anche l’accostamento, per certi versi, a Color Out Of Space (la scena tra madre e figlio è ancora impressa indelebilmente nei miei occhi). Poi nel mio caso, tornando a Relic, il film mi ha colpito ancora di più, perché avendo vissuto con una nonna malata di Alzheimer per 11 anni, mi è sembrato proprio di rivivere determinati momenti della mia vita.

    "Mi piace"

    1. Credo chiunque abbia vissuto una situazione come la tua, che è assai più pertinente di quella vissuta da me (malattia prettamente fisica) beneficerebbe tanto dalla visione di questo film. Quell’abbraccio, mamma mia. Non me lo dimenticherò mai.

      "Mi piace"

  2. Ho letto molte recensioni a riguardo e mi ha sempre dato un’impressione simile a Babadook. Non per la messa in scena o le tematiche ma per altri motivi: il primo l’esordio alla regia di una donna che praticamente sconvolge il mondo dell’horror, mostrando al mondo intero una perla destinata a essere ricordata, e il secondo riguarda proprio il terremoto che ha causato la sua uscita. Con pochi mezzi e con una semplicità ha parlato in maniera approfondita di una tematica interessante,andando a scavare nell’animo umano e nell’uomo stesso. Il tuo articolo non fa altro che darmi questa conferma e non vedo l’ora di vederlo!

    Piace a 1 persona

    1. Il parallelo con the Babadook ci sta tutto, al di là della provenienza del film: entrambi raccontano storie di donne alle prese con questioni sociali normalmente caricati sulle loro spalle. La cura dei figli e degli anziani, nessun uomo in vista – in entrambi i casi defunti. Però devo dire Babadook spinge molto più il pedale sull’horror, è terrificante sia sul fronte realistico che fantastico, Relic invece al di là della claustrofobia non fa realmente paura secondo me. È spiazzante, nebuloso come può essere lo stare vicino a una persona con una malattia invincibile e, finché non prende una piega compassionevole.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.