Transit - CineFatti

Sentimenti in Transit nel tempo

La donna dello scrittore è un Petzold in gran forma

Certo il tempo è la peculiarità del cinema, col digitale è emerso anche quanto grazie alle avanguardie contemporanee, è un discorso a parte invece rappresentarne le forme assunte nella storia: cosa caratterizza un momento preciso? Transit o anche La donna dello scrittore mi ha riportato a una delle mie citazioni preferite, dove Guillermo del Toro parla dei fantasmi come “sentimenti sospesi nel tempo, come insetti intrappolati nell’ambra”.

Quando il tedesco Christian Petzold decise di adattare per lo schermo il suo romanzo totem Transit Visa di Anna Seghers aveva per le mani l’opportunità di seguire le sue stesse orme lasciate da La scelta di Barbara e Il segreto del suo volto, due film storici ambientati rispettivamente all’era della Stasi e nel secondo dopoguerra. Aveva il 1942 francese col fiato del Reich sul collo da ritrarre, però ha deciso di trasporre solo il sentimento.

In che anno ha luogo Transit? Se ci limitassimo ad ascoltarlo non avremmo dubbi: è il 1942. Replicheremmo l’esperienza della lettura e niente potrebbe convincerci di essere altrove nel tempo, ma guardandolo capiamo che le strade di Marsiglia sono quelle di oggi. Georg (Franz Rogowski) è in fuga dagli stessi incubi di quasi 80 anni fa, solo che vestono gli abiti di oggi, guidano auto di recente fabbricazione, vivono fuori dalla nostra porta.

Questa non è fantapolitica

È evidente come cinema e televisione abbiano riproposto quel clima politico sino allo stremo, declinato le peggiori scelte politiche attuali in embrioni di future dittature, anche laddove riteniamo siano impensabili. Cominciamo col distinguere il lavoro di Petzold da quell’espediente narrativo: Transit non è una riflessione su quanto siamo vicini, quanto potrebbe accadere oggi che possa resuscitare l’incubo dell’ideologia nazista. No.

La riflessione socio-politica partorita dalla dissonanza fra immagine e sonoro è spoglia, la scelta di negare alle scene un uso didascalico porge allo spettatore il coltello dalla parte del manico: sarà il pubblico a decidere cosa trarne, se estrapolare un articolato messaggio politico oppure lasciarsi coprire dall’ambra e far la fine dell’insetto. Insomma, calarsi senza remore nel sentimento intrappolato e diviso fra il 1942 e il 2018, anno di uscita del film.

Petzold è un maestro della parsimònia, in Barbara davanti alla Lezione di anatomia del dr. Tulp di Rembrandt in tre minuti diede un’ipnotica quanto semplice idea di cosa sia l’etica medica. Un istante magico, e tanto ho ritrovato in Transit, all’interno dell’ambasciata messicana, una scena incorniciata dalla splendida voce narrante mette a nudo le diverse forme dell’uomo schiacciate insieme da una paura immensa. Senza esplosioni musicali.

Avremo sempre Parigi

La vera musica è il narratore al seguito di Georg, rifugiato politico in fuga dalla Germania e incastrato nel suo ultimo compito: consegnare delle lettere a Weidel, rinomato scrittore anche lui fuggito dalla madre patria. Vi rimarrà invischiato perché quest’ultimo sceglierà la peggiore via di fuga possibile, imboccando il tunnel tagliato sui polsi. Rimarrà a Georg la sua documentazione, un frammento di romanzo e una moglie, una donna.

È la donna dello scrittore del titolo italiano, sbagliato perché Paula Beer non interpreta la proprietà di Weidel, la sua Marie ha lasciato l’autore e da lui ogni giorno all’ambasciata del Messico pretende solo le carte per espatriare, in fretta. Né sa cosa è accaduto all’uomo a cui apparterrebbe stando al titolo nostrano, tant’è che si comporta da donna libera e in Georg scopre un fascino particolare, forse un incrocio di sguardi impossibile.

Sarebbe azzardato parlare di amore fra l’uomo di Franz Rogowski e la donna di Paula Beer. Si incontrano due esseri umani in un groviglio di fili destinato a stringersi sul loro collo e con l’ansia di non poter più respirare un giorno si riempiono i polmoni di quel sentimento positivo, lontano nello spazio e nel tempo. Sono appunto delle persone in transito e Petzold senza scegliere una data cattura quel sentimento e lo intrappola nell’ambra.

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