Belief is in the Eye of the Beholder

Credere alla violenza, un atto di fede chiesto allo spettatore

Intervistata da Alicia Malone nel podcast Magnificent Obsession la regista Jennifer Kent difende la sua decisione di mostrare la violenza fisica e mentale subita dalle vittime di stupro. Sostiene una teoria inattaccabile: la violenza sessuale negli audiovisivi è spesso rappresentata allungando lo sguardo sotto le vesti alzate, seguito l’amplesso con indulgenza e dando ampio spazio al corpo nudo delle donne togliendo loro il personaggio.

Un esempio lo trovo nelle molestie di Bombshell e in particolare nell’incontro di Margot Robbie col mostro Roger Ailes: alza lentamente la gonna e la macchina da presa segue la pelle scoperta sino agli slip, in controcampo con lo sguardo viscido del magnate della Fox, ma l’orrore lo leggi davvero quando guardi il volto della Robbie cadere in frantumi. È un corpo vuoto su cui far cascare gli occhi finché non le dai una personalità.

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Fino all’ultimo respiro

Stuart Hall definisce la rappresentazione come “il processo attraverso cui membri di una cultura utilizzano il linguaggio per produrre significato” e nella messa in scena dello scontro violento fra i sessi il male gaze ha premuto l’acceleratore sulla propria cultura dove il corpo femminile è diviso in due: oggetto sessuale e persona. Esistono due forme distinte per occasioni diverse e l’immagine dello stupro ha prodotto questi significati.

Quel film meraviglioso di the Nightingale è uno spartiacque. Mamma babadook Jennifer Kent gira tre stupri e le sue lenti inseguono una parte dei corpi di Aisling Franciosi e Magnolia Maymuru e sono gli occhi. Da questi inizia una vera e propria emorragia: si spegne la linfa vitale durante la violenza, puoi vedere la loro coscienza scivolare via in un angolo mentre il loro guscio viene sbranato da uomini paragonabili a bestie feroci.

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È la grandissima Kent davanti allo spettatore con una domanda: ora capisci cosa significa? Il disagio è inevitabile, lo senti sulla pelle e non se ne va, non può andarsene, non deve andarsene perché la realtà va accettata senza gli ornamenti carichi di energia sessuale vista altrove. A scanso di equivoci, qualsiasi narrazione dello stupro è indigeribile, ma come l’australiana lo ha esposto sullo schermo vi assicuro non esiste granché.

Aisling Franciosi sfonda la quarta parete guardando dritto nell’obiettivo, comunica col pubblico e questo mi dette a suo tempo da pensare. Ho visto the Invisible Man e allora la nebbia si è dissolta: nel frame finale Elisabeth Moss guarda negli occhi del pubblico. Successivamente Swallow e lo stesso fa Haley Bennett nelle prime scene. Jung Yu-mi, invece, in Kim Ji-young: Born 1982 in linea col personaggio non riesce a incrociare gli sguardi.

Adesso mi vedi?

Il nuovo horror di Leigh Whannell nonché primo meraviglioso capitolo del futuro Dark Universe – leggete Lucia e Germano per approfondire – trasforma il suo mostro d’origine letteraria in una metafora perfetta: senza mai e sottolineo mai scendere nei dettagli delle violenze subite inscena le difficoltà di una vittima nell’essere creduta. A ferite invisibili corrisponde solo una possibilità: è un’invenzione l’abuso, dev’essere pazza.

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È sorprendente come Whannell riduca le prove di una violenza a una singola parola pronunciata sul finale. Le tracce delle molestie sono disseminate ovunque, però a noi nessuno chiede di essere testimoni oculari. Whannell pone la stessa domanda di Jennifer Kent: adesso sai cosa vuol dire? Con the Nightingale è la riduzione in brandelli del corpo che ci lega al mondo, the Invisible Man è invece la distruzione della mente.

Le lotte contro l’uomo invisibile sono scene d’amore se confrontate con le urla disperate di una donna privata poco a poco della sua credibilità. Se non avessimo familiarità con l’origine della storia potremmo persino cadere nella trappola e ritenere the Invisible Man la storia di una donna impazzita, perduta in traumi a cui riesce impossibile credere, bugia dopo bugia: racconta la verità oppure è un parto della sua mente?

Il pubblico sa però a cosa va incontro: è l’uomo invisibile di Wells e non esistono dubbi sulla presenza di un mostro, Whannell è interessato a chiederci fin dove siamo disposti a spingerci pur di proteggere un dubbio senza fondamento. Aspetti l’invisibile colpisca, esamini lo schermo pixel per pixel ma sai che in fondo non esiste alcuna ambiguità sulla vittima protagonista, hai solo una scelta giusta da seguire: ed è crederle.

Chiedendo l’aiuto da casa a George Cukor e ricordando Angoscia avremmo ben chiara l’intenzione di Whannell. Ingrid Bergman sposa un uomo e traslocata a Londra fra gente sconosciuta inizia a trovare tracce di un passato misterioso, violento e il marito in tutta risposta le fa credere di essere sulla strada dell’internamento. Nessun fantasma l’avvisò dei pericoli di Crimson Peak, ma per fortuna c’era Joseph Cotten

She’s Lost Control

Haley Bennett il controllo lo ha perso, ci guarda negli occhi. Fissa il vuoto, osserva il mondo fuori della finestra e il cielo silenzioso come il suo neo-marito assente: la moglie l’ha comprata al mercato, era la mela con la buccia splendente, bellissima e perfetta da esibire ai colleghi bisognosi d’affetto. È l’ultima ruota del carro, in fondo alla catena alimentare e compresa con sospetto solo dalla suocera. Bisogna ribaltare la situazione.

And she expressed herself in many different ways
Until she lost control again
And walked upon the edge of no escape
And laughed, “I’ve lost control”

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Sotto di lei esistono solo gli inanimati piccoli oggetti e la soddisfazione data dall’ingoiarli. Sentire il potere esercitato su una biglia cercandone il gusto sulla lingua e poi giù, fino all’espulsione e alla collezione: ora ha controllo su qualcosa, così come suo marito lo ha su di lei. Gustata e ingoiata per poi essere risputata fuori strappandone via le caratteristiche che la rendevano una persona, un essere umano, una donna indipendente.

Anche in questo caso il regista Carlo Mirabella-Davis ci chiede di credere: non esiste una vera violenza fisica, il buon marito non alza un dito. La affoga col silenzio, le bugie e il rimprovero di essere incapace di supportarlo nella sua “brillante carriera” ottenuta per eredità, messa in pericolo da una cravatta stirata male. Haley Bennett ci guarda prima disperata, poi bisognosa di emulare il mondo da cui è schiacciata finché non comprende.

Lei, da sola, terrorizzata dall’idea di essere diventata un mostro al pari degli uomini che l’hanno generata. Ha paura di essere con biglie e minuscoli oggetti di metallo, anche appuntiti, quello che suo marito è con lei. E noi dobbiamo, possiamo crederle anche senza sapere quale fosse la sua vera inclinazione passata, che forma avessero le sue ambizioni e quanto lontano riusciva a vedere. È una persona a cui ci è chiesto di credere.

Non è un paese per donne

Ritorniamo nelle prossimità di the Nightingale ma con toni opposti volando nel drammatico successo sud coreano Kim Ji-young: Born 1982. In the Invisible Man e nell’indipendente Swallow – anche qui, leggete Lucia ed Erica – il controllo e la violenza sono perpetrate da un nucleo ristretto di persone, le registe Jennifer Kent e Kim Do-young lo allargano alle sue dimensioni reali: è una società violenta con robuste radici patriarcali.

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Jung Yu-mi veste la depressione/repressione del personaggio titolare: è in un matrimonio giovane con Gong Yoo (lo ricorderete in the Age of Shadows e Train to Busan, dov’era anche lei) e la figlia piccola Ah-young, risucchiata nei doveri filiali e matrimoniali senza via di scampo, zero chance di riprendere a lavorare e inseguire il suo sogno di scrivere. È una donna e in quanto tale non è investita da nessuna aspettativa sociale.

È il lavoro del marito a dover ricevere le attenzioni. È il fratello piccolo su cui il padre investe. È il collega a meritare la promozione. Eppure nessuno di questi è direttamente violento nei suoi confronti, Kim Ji-young: Born 1982 è una enciclopedia degli errori commessi dal sistema educativo e culturale – illudiamoci sia limitato ai coreani – dove la donna è uno schizzo d’essere umano senza colore né inchiostro, un rapido tratto a matita.

Basta una gomma sfiori il foglio per cancellarne la solidità mentale e anche Kim Do-young vuole farci credere. La malattia mentale è l’ombra sullo sfondo e il depositario della verità stavolta non è Lei, è lui. Quale sia resta un mistero per l’intera durata del film, che forma abbia è incomprensibile; l’esatto opposto delle cause, esposte una a una, dimostrando le difficoltà tipiche vissute da una donna di soli 38 anni. Non un dettaglio.

Born 1982 nel titolo è fondamentale. Il marito di Gong Yoo è definito moderno dalla suocera di Kim Ji-young, i colleghi di lui sono sottoposti a seminari sul comportamento corretto nei confronti delle donne – accompagnato da risatine infinite – e il tempo sembra essere quello della consapevolezza di cosa sia giusto e sbagliato. Così non è, lo evidenziano nelle micro-telecamere nei bagni, nelle discriminazioni e nei pericoli sull’autobus.

Quello stesso autobus protagonista in Sex Education.

Credere è avere fiducia

Sono quattro esempi recenti: Kim Ji-young: Born 1982 insieme a the Nightingale sono del 2018, al 2019 appartiene Swallow e the Invsible Man è fresco di 2020. Non è una rappresentazione lontana, né esclusiva di un singolo genere, due sono diretti da donne e gli altri due sono fondati uno sull’esperienza personale di una parente (Swallow) e l’altro controllato e approvato dallo sguardo della sua attrice protagonista (the Invisible Man).

In quattro diversi casi si chiede di credere anche senza bisogno di prove. Credere è avere fiducia nel prossimo e se ricordate nell’esplodere del Me Too un altro hashtag prese piede: #IBelieveHer. Sono sentimenti proattivi come l’unione delle avengers della serie britannica Netflix, unite per salire su quello che è “just a stupid bus” ma può rappresentare l’infinita lista delle barbarie, come sono viste in the Nightingale e Kim Ji-young: Born 1982.

2 pensieri su “Belief is in the Eye of the Beholder

  1. Uno degli articoli più completi che abbia letto su questo argomento. Mi è veramente piaciuto. Diciamo che la violenza sulle donne è un argomento che mi ha sempre terrorizzato e spaventato perché per me è tremendo sapere il modo con cui vengono ancora trattate le donne ai giorni nostri. The Nightingale è uno dei film che attendo di più eppure ho molto paura di vederlo per via delle scene di stupro e sicuramente, da come hai ben scritto, la Kent non ci è andata per niente leggera.
    Anche The Invisible Man ha questo tipo di tematica ed ero veramente curioso di vedere come avrebbe portato avanti la storia.
    Questo è uno degli articoli più interessanti sull’argomento che abbia letto qui su WordPress.

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    1. Ti ringrazio, mi fa piacere :) è un argomento che ormai seguo da una buona decina di anni, quello della rappresentazione della donna nel cinema e non accenna a cessare di interessarmi.
      Whannell credo abbia trovato il modo migliore per dare rilevanza all’Uomo invisibile, creare una storia di azione con organizzazioni segrete come fece la Universal con La mummia recente si limita a un divertissement senza peso sociale. E può non funzionare al botteghino, anche se a me piacque per quello che era. Scrivere questa storia in un’ottica d’interesse sociale, peraltro facendo anche un passo avanti rispetto alla solita rappresentazione, è una magnifica boccata d’aria fresca. The Nightingale preparati a subire una mazzata invece, è davvero durissimo, ma di una bellezza sconvolgente. Il segmento femminile è solo uno dei due tremendi sentieri battuti da Jennifer Kent.

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