Wounds - CineFatti

#VenerdìHorror: non aprite quelle Wounds

L’horror di Babak Anvari apre una ferita sullo schermo

Armie Hammer non cessa di stupirmi, la sua è una filmografia incantevole. Credo di essermene innamorato quando amava J. Edgar e a cavallo in the Lone Ranger ma la sua scelta di calpestare le Mine e la cattiveria di Sorry to Bother You sono avanti anni luce rispetto ai suoi coetanei. Idem Wounds, un piccolo grande horror su Netflix.

L’esordio dell’anglo-iraniano Babak Anvari non fu sensazionale quanto Hereditary o the Witch. All’uscita Under the Shadow ebbe sì successo, solo non divenne un oggetto di culto ricercato da chiunque e il sogno di lavorare con lui come fu ed è con Ari Aster e Robert Eggers non divampava nel cuore di Hollywood.

A onor del vero esagererei a sistemarli sul medesimo scaffale, proprio quest’anno Aster ed Eggers hanno dimostrato di essere su un altro piano dell’esistenza (Midsommar? Magnifico) e Anvari un gradino sotto, ma vi assicuro Wounds coi suoi 90 minuti e rotti senza uscire dalla realtà quotidiana mi ha steso col suo demone.

La breccia

Hammer è un barista col vizio dell’alcol e il fallimento sulle spalle. Vive un rapporto marcio con la compagna Dakota Johnson e sogna la sua amica Zazie Beetz mentre lei va avanti con la sua vita e la sua nuova relazione. È una situazione al limite, sl punto di spaccarsi, a meno non intervenga un deus ex machina.

Potrà essere l’audacia oppure la decisione di inserirsi nella società con delle prospettive adeguate alla sua cerchia. Invece una serata qualsiasi una rissa nel pub fra Brad William Henke (il Piscatella di OITNB!) “partorisce” uno smartphone abbandonato da dei ragazzini e qualcosa è fuori posto col proprietario.

Iniziano messaggi e richieste di aiuto, fioccano fotografie e video sanguinosi e colmi di riferimenti demoniaci. Qualcosa è stato evocato da quei collegiali e quel qualcosa sembra aver adocchiato il nostro Armie Hammer: ha solo bisogno di una ferita per poter finalmente accedere al nostro mondo. Qualsiasi significato abbia.

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Armie Martello e le incudini

Wounds è interamente nelle mani di Hammer, un’interpretazione decadente decorata da queste ottime apparizioni secondarie per testarne e formane il carattere. Nessuno possiede un ruolo di rilievo e tutti sbiadiscono poco alla volta davanti le inquietanti manifestazioni demoniache oppure di semplice violenza fisica e mentale.

È l’ago della bilancia sui cui piatti poggiano esistenze ormai distanti dall’irresponsabilità del barista di Hammer, vi si trovano imbrigliate e costrette in cerca di una scappatoia. A meno che non siano parte involontaria di un piano tutt’altro che piacevole. E quegli ultimi minuti vi assicuro saranno una dura prova.

Anvari si conferma un talento in quello che definirei un horror di stampo domestico, è irrilevante la provenienza del male sovrannaturale rispetto alle vite colpite e al centro della narrazione. Under the Shadow aveva sì una guerra sul groppone, però le protagoniste erano due normalissime persone con cui potersi identificare.

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L’immaturità del barista e il bivio raggiunto dalla sua vita sono parte dell’esperienza di chiunque, lo stesso dicasi dei suoi comprimari, nessuno di loro riprovevole. È l’aspetto che più mi ha convinto della sceneggiatura di Anvari, stavolta non originale perché basata sul romanzo the Visible Filth di Nathan Ballingrud.

Ora sono sicuro negli anni Wounds non diverrà un must e lo ritengo un errore pur essendo un cugino dei big in circolazione ai nostri tempi. È l’ideale per i jumpscarefobici e i completisti hollywoodari – due neologismi in un colpo solo – grazie all’ottima interpretazione di Hammer. È un film piccolo, ma non senza ambizioni.


Voto: 3.5/5

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