The Farewell - CineFatti

The Farewell e il colore delle bugie

Lulu Wang misura il peso delle parole

O il mondo si è trasformato in una gigantesca echo-chamber oppure potete assolvermi dall’accusa di essere ossessionato dalla morte: non è responsabilità mia se anche the Farewell ha un cancro come centro di gravità talmente permanente da superare persino i titoli di coda. Posso però rassicurarvi: quella di Lulu Wang è una commedia, ma del tipo Sundance Film Festival.

Chi bazzica attivamente tra i programmi dell’evento cinematografico di Redford sa che l’idea di cinema “indipendente” di Park City naviga acque salmastre, ovvero ha un’idea che fuori dagli studios si debba raccontare la vita vera e che questa sia violenta. In poche parole è un festival fondato sulle leggi di Murphy: se qualcosa può andar male lo farà e sarà proiettato al Sundance.

La bugia bianca

The Farewell racconta di Billi, un’immigrata cinese di (pseudo)seconda generazione presa dai normali problemi di una giovane artista newyorchese finché non scopre dai genitori il cancro maligno ai polmoni della nonna rimasta in Cina. Che fare quando una tradizione impone una bugia bianca? Organizzi un finto matrimonio per riunire la famiglia e riabbracciare l’ignara nonna.

Scritta sembra avere il potenziale di essere una commedia esilarante, ma non è così. Lulu Wang la risata aperta non la chiama nemmeno al telefono perché punta al sorriso occasionale e a una riflessione di natura autobiografica: se un tuo caro è terminale è giusto dirglielo? Scansate questa esperienza se vi è possibile, ma purtroppo la vita è un Sundance. Capita.

Strozzati dal dubbio

La giovane Awkwafina reduce dal mezzo-successo di Crazy Rich Asians è protagonista e ago della bilancia nel dilemma etico che affligge… in realtà solo lei, giovane e statunitense distante dalle usanze cinesi della sua famiglia sparsa tra USA, Cina e Giappone. È quindi intenzione della Wang vestirci coi panni dello straniero e imporci una riflessione su un argomento.

Il bello è che le riesce fin troppo bene, soprattutto nell’evitare una scena madre per esprimere una presa di posizione assoluta. Non c’è. Esiste una decisione, termine a volte sinonimo di responsabilità, purtroppo assunte anche a nome di altri. Il giudizio finale non spetta a nessuno. Almeno non in the Farewell, ed è senz’altro questa delicatezza il suo principale pregio.

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Ha una regia gradevole e uno sguardo fotografico davvero accattivante Lulu Wang, riesce a unire lo spaesamento dell’immigrato nella propria terra d’origine al disorientamento morale. Un’impresa impossibile senza la naturalezza di Awkwafina e la scelta di una location per nulla pomposa né di stampo esotico. È una sequela di scelte ideali per dare peso al cuore della storia.

L’accoglienza nell’award season trancerà via il dibattito che dovrebbe scaturire da the Farewell e ne farà un film poster per la lotta all’inclusività a Hollywood. Giustisissimo, tuttavia questa pagina di diario di Lulu Wang senza inizio e senza fine – i personaggi esistono solo in funzione della notizia – meriterebbe di mantenere le stesse dimensioni per raggiungere il pubblico.

Fausto Vernazzani

Voto: 3/5

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