Parasite di Bong Joon-ho

Chi è il Parasite?

Trova l’intruso, trova il parassita.

Cherchez l’intrus recitano la locandina francese e l’italiana, trovate l’intruso, stanate il Parasite. Ho letto lamentele indirizzate alla tagline per il nuovo film di Bong Joon-ho ma chiusi i titoli di coda e trascorso l’ultimo minuto siete davvero convinti che si trattasse di un gioco troppo facile? Certi di aver compreso chi siano i parassiti del titolo?

La storia definibile in chiave europea come uno pseudo upstairs/downstairs vede la famiglia dei Kim, poveri e padroni dell’arte di arrangiarsi, contrapposti ai ricchi e allocchi Park, proprietari di una casa in stile Frank Lloyd Wright dentro cui si svolgerà il piano di Kim Ki-woo: sostituire la servitù e farsi assumere uno ad uno.

La Hollyhock House di FLW che ha ispirato Bong Joon-ho

La finestra sul cortile

A leggere Parasite sembra fin troppo ovvio a chi si riferisca il titolo. A vedere Parasite il significato afferrabile a una rapida visione è stravolto perché Bong Joon-ho è così metaforico (parole di Kim Ki-woo, qui sopra) nei dialoghi, nelle scenografie e nella mai scontata regia.

È un lavoro curato in ogni dettaglio visivo e sonoro pur essendo sul fronte scenico assai spoglio. Il vero oggetto in rilievo sono gli attori e Song Kang-ho – il capofamiglia dei Kim – cambiando registro con una naturalezza pazzesca dimostra ancora la sua grandiosità.

Costumi e arredamenti, invece, in entrambe le case, non posseggono particolari “notevoli” finché non è Bong Joon-ho a deciderlo. È centrale il movimento, in senso metaforico e fisico. Il desiderio dei Kim è di risalire la china, percorrere il tempo verso l’alto dove risiedono i Park, finché gli eventi non ricordano loro la bassa posizione sociale.

È il capolavoro della scenografia di Lee Ha-jun, ovunque scale da salire e scendere – è raro vedere i Park scenderle – e due importanti finestre affacciate sui rispettivi mondi: ai Kim tocca vivere in un seminterrato a osservare gli ubriachi sopra di loro pisciare per strada, ai facoltosi Park un giardino assolato, libero da ogni pensiero basso.

Vedere per credere.

Kim Ki-woo (Choi Woo-shik), Kim Ki-taek (Song Kang-ho) e Kim Ki-jeong (Park So-dam).
Kim Ki-taek nel suo seminterrato.
Kim Ki-taek entra nella casa dei Park.

È il capitalismo, bellezza!

Okja, Snowpiercer, Parasite, they’re all stories about capitalism. Before it’s a massive, sociological term, capitalism is just our lives.

Bong Joon-ho

Buona parte delle intepretazioni vedono i Kim in svantaggio: sciacalli. Eppure qual è lo scopo del loro piano? Uscire dalla povertà e nel farlo non svolgono male i lavori assegnati, pur fingendo l’estensione dei loro talenti a esser inesistenti sono i curriculum di cui si vantano, chiavi d’accesso all’Eden dei Park dalla puzza sotto il naso.

Potremmo definirli astuti, riescono con escamotage assurdi e divertenti a sostituirsi alla servitù, ma non sono forse i Park i parassiti? Del resto sono loro a vivere dei talenti e delle competenze quotidiane dei Kim di questo mondo, di questa civiltà feroce. Voglio però spingermi oltre, perché anche questa lettura non guarda assai lontano.

In un sistema capitalista com’è mostrato in Parasite non esistono organismi ospite. Sono tutti parassiti, la logica del capitale schiaccia ogni protagonista e crea vittime in ogni anfratto della società senza distinzione di classe. A colpire è la quantità di sofferenza causata, nascosta dal capitale accumulato, e la sua scoperta.

Se ancora dovete andare in sala a vedere il vincitore della Palma d’Oro a Cannes, adottate questo punto di vista. Osservate i piani in profondità nella storia e sfuggite alla trappola piazzata in primo piano. Il settimo film di Bong Joon-ho nasconde indizi utili a scavare nella vita dei protagonisti sino a renderli degli archetipi della società.

L’universale coreano

È una storia “universale“, tuttavia ogni universale nasce da un particolare e quest’ultimo è la Sud Corea. Al di là dell’ispirazione da un’esperienza del regista Parasite è l’immagine della disuguaglianza sociale vissuta dai coreani, non solo negli ultimi decenni.

La Corea del sud martoriata dalla corruzione e dalla passata (?) presenza invadente degli USA – vd. The Host – in questi anni è esplosa sullo schermo anche con commedie e blockbuster, thriller e action con al centro la rivalsa del povero contro il ricco, vendetta della giustizia.

Inside Men (Woo Min-ho, 2015), Veteran (Ryoo Seung-wan, 2015), The Mayor (Park In-jie, 2017), Unstoppable (Kim Min-ho, 2018) e a suo modo anche la serie Netflix Kingdom (Kim Eun-hee, 2019) vedono uomini del popolo, piccoli procuratori, battersi per un’idea di bene.

Freaky Friday

Un sottotema interessante lo troviamo però nell’usurato genere del body swap in stile Quel pazzo venerdì: Luck-key (Lee Gae-byok, 2016), The Dude in Me (Kang hyo-jin, 2019) e Wonderful Nightmare (Kang hyo-jin, 2015). Tre commedie non da Oscar, affatto, in cui il ricco entra nei panni/corpo del povero e viceversa. Classicissimo.

Negli USA di solito si passa dall’introverso all’estroverso, dallo scapolo all’ammogliato, dal giovane al vecchio (o col cane o gatto addirittura), in Corea è invece centrale l’ampiezza del portafogli in questo scambio di abiti anche se poi si cade sempre nel cliché del Family Man.

Parasite nella sua prima metà è una versione realista di questo genere, Kim Ki-taek e famiglia nella notte buia e tempestosa si sostituisce ai ricchi Park. Kim Ki-woo stesso si convince di poter sembrare parte della classe superiore finché non è schiantato col viso contro la realtà.

A quel punto diventa il suo cruccio.

Contatto in nero

Bong Joon-ho fa come la piccola Ellie di Contact in quella famosa scena: salgono i Kim e dopo una breve corsa si trovano davanti a uno specchio. Sono riusciti a sostituirsi ai Park o sono sempre loro? È quello l’istante in cui Parasite acquista il nero da affiancare alla parola commedia.

È anche il momento dell’esplosione della sua metafora quando si entra nel seminterrato dei Park e scopriamo l’estensione del parassitismo. Il capitalismo genera di colpo una storia di fantasmi, invisibili. Cos’altro sono i poveri agli occhi di un ricco, per quanto stereotipato

[Suggerisco caldamente la visione dei film di Huh Jung una volta archiviato Parasite, ovvero Hide and Seek e The Mimic]

La sentenza finale? Bong Joon-ho non la emette, non fino in fondo. La abbandona nelle mani dello spettatore. Vi dirò qual è per me: non è una lotta per una vita migliore, ma per ciò che Ki-taek Kim conosce in conclusione a Parasite, la vera vittima del capitalismo, la dignità.

Fausto Vernazzani

Voto: 5/5

2 pensieri su “Chi è il Parasite?

  1. Concordo con la tua recensione. Io ci ho visto anche un’acuta e arguta analisi della lotta tra poveri intenti a raggiungere un benessere e uno stile di vita che non avranno mai.
    Benessere che i Park non sanno nemmeno di vivere e avere visto che sono persi in un mondo artefatto, per nulla terreno, tanto da rimaner sbalorditi per l’odore degli altri

    "Mi piace"

    1. Personalmente la lotta tra poveri di cui leggo molto in giro non l’ho vista.
      SPOILER!!

      Ci sono numerosi elementi che, secondo me, supportano la teoria metaforica. Sia Ki-taek che Geun-sae hanno lavorato al negozio di torte taiwanese prima che fallisse, Geun-sae ammette di trovarsi bene sottoterra e quasi con piglio da sociologo afferma che in Sud Corea molte famiglie vivono nei seminterrati, come fanno appunto i Kim. Questo è un esempio, ne potrei portare alti. Parasite per me opta per un bellissimo ribaltamento del cliché del povero incattivito, i Kim si vogliono bene, si aiutano e anche se fanno di tutto per SOPRAvvivere hanno sempre un pensiero per chi vive la medesima situazione economica loro.

      Piace a 1 persona

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