Barriere - CineFatti

Barriere (Denzel Washington, 2016)

Le barriere tra cinema e teatro.

Un kammerspiel sullo schermo vive due volte, nel testo teatrale e nel testo registico. A cadere è spesso il secondo, dirigere uno spettacolo in uno spazio ridotto esige una discreta maturità e l’impressione è che Denzel Washington col suo Barriere ancora non l’abbia.

Il cinema nel teatro

Con la proiezione in corso la memoria si è fatta una passeggiata tra gli esempi migliori, il sopraffino Carnage di Roman Polanski, lo spettacolare Nodo alla gola di Alfred Hitchcock e uno dei miei preferiti, il semi-ignoto Jimmy Dean, Jimmy Dean di Robert Altman.

Ognuno di questi a modo suo trattò il testo scenico ponendosi una domanda: in che modo si può mettere in movimento la stasi del palco teatrale? Washington sembra non essersi concentrato, ma a sua discolpa va detto questo: il testo di August Wilson è un torrente.

La valanga Washington

Un torrente in piena, un fiume di parole a cui è difficile star dietro nella prima ora, dove un granitico Washington non chiude la bocca per un secondo togliendo il fiato a qualsiasi altro elemento presente sulla scena. Oscura qualsiasi cosa, persino Viola Davis.

Non c’è tempo per curarsi di alcunché, la reazione spontanea è di mettersi sulla difensiva per evitare di essere travolti, finché la pioggia non si calma e insieme a Washington iniziano a farsi notare tutti gli altri personaggi e la Davis si guadagna la sua nomination.

La candidatura più meritatà nonché il motivo per essere grati a Washington è quello per la sceneggiatura non originale ad August Wilson, drammaturgo premio Pulitzer scomparso oltre dieci anni fa, il cui gioco diventa chiaro e sorprendente superato il primo scoglio.

Il teatro nel cinema

Netturbino negli anni ’50, Denzel è Troy Maxson, padre di famiglia con convinzioni ferree e visioni assolutiste sulla vita, da imporre senza pietà sui due figli, Lyons/Russell Hornsby e Cory/Jovan Adepo, il secondo unico della relazione con Rose/Davis.

Una vita qualsiasi di cui seguiamo uno spaccato preciso, il giorno in cui Rose chiede a Troy di costruire una recinzione (traduzione esatta di Fences, titolo originale) attorno alla loro proprietà. Qual è la ragione lo comprende l’amico Mr. Bono/Stephen Anderson.

Alcune persone costruiscono recinti per tenere la gente fuori, ed altre persone costruiscono recinti per tenere la gente dentro.

A quel punto tutto inizia ad avere senso e le mancanze registiche di Denzel Washington, ispirato solo in alcuni rari momenti, vengono colmate dalla bellezza del testo di Wilson e dalla bravura di Adepo e Hornsby – ci vuole talento per non sfigurare davanti a quel cast.

L’equilibrio assente

È facile quindi scartare Barriere, il peso della metà iniziale è duro da reggere fino in fondo, bisogna dunque cercare quegli istanti brillanti, cogliere gli angoli dove le anime risiedono, come le ottiche che distorcono e allargano la realtà attorno alla palla da baseball.

A Washington forse non è mancata l’esperienza, diamine è ridicolo anche solo pensarlo, è assente piuttosto l’equilibrio tra le parti, motivo per cui gli attori restano così tanto in primo piano, presentandoci quella che sembra solo una piece teatrale filmata.

Nello stupendo Honest Trailer dei candidati agli Oscar 2017 gli Screen Junkies intitolano il film ACTORS, centrando la decisione di Washington di concentrare tutto sulla sua professione principale. Non è detto però che in futuro non saprà fare anche di meglio.

 Fausto Vernazzani

Voto: 3.5/5

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