Suburra (Stefano Sollima, 2015)

La Roma violenta, corrotta e infame di Suburra – di Victor Musetti.

Stefano Sollima con Suburra è riuscito a diventare il sogno bagnato di tutta una generazione cresciuta con il cinema gretto e ignorante dei vari Di Leo, Castellari, Fulci, Damiani, Corbucci e Sollima padre (da poco scomparso all’età di 94 anni). Belle ragazze, nudità spinte, inseguimenti, sparatorie tra guardie e ladri, violenze gratuite, rapimenti, crudeltà inaudite, volti duri e impenetrabili di uomini sempre cattivissimi e senza scrupoli. Questi erano, pressappoco, gli ingredienti che facevano del genere poliziottesco – da sempre considerato serie B – il pane quotidiano di moltissimi appassionati italiani, da tempo ormai rassegnati all’idea che quel tipo di cinema dovesse essere prerogativa dei soli americani, nonostante le atmosfere e i riferimenti culturali fossero completamente differenti.

Sollima ha saputo fin da subito come farsi notare con una grande idea: prendere spunto dalla cronaca recente (la caduta del governo Berlusconi e le dimissioni di Papa Ratzinger) per costruire una grande sceneggiatura corale in cui mafia, politica, chiesa e imprenditoria si intrecciano in un unico grande gigantesco affare. C’è il politico corrotto (Pierfrancesco Favino), c’è il PR dei vip vigliacco e opportunista (Elio Germano), c’è il figlio del gangster che comandava Ostia (Alessandro Borghi) e c’è l’uomo al di sopra di tutto e di tutti, il più temuto, colui da cui deve passare ogni decisione (Claudio Amendola). Tutto comincia con l’occultamento del cadavere di una prostituta minorenne. Questo evento metterà in moto una serie di giochi di potere in cui le minacce reciproche e gli scambi di favori permetteranno a ognuno di reclamare il proprio pezzo di torta.

È chiaro che lo spettatore colto, informato e avido di realismo resterà spiazzato da una tale stilizzazione e banalizzazione della realtà. Ma è oltretutto chiaro sin dal primo istante che in Suburra non vi sia la benché minima intenzione di confrontarsi seriamente con i problemi del paese, né di prendere alcuna posizione in merito. Sollima plasma e sfrutta a proprio vantaggio alcune tematiche reali come le infiltrazioni mafiose in politica per architettare un racconto epico, in cui i personaggi, distinti dai propri nomi d’arte (il Samurai, Numero 8, il Re di Roma), si distinguono per caratteristiche uniche e per il mito che si portano dietro, come in ogni film western che si rispetti.

Dispiace forse che a differenza della serie Romanzo Criminale, in cui il modello era dichiaratamente quello del poliziottesco italiano, anche in modo eccessivamente nostalgico e citazionista, in Suburra Sollima prenda ispirazione principalmente dal cinema americano indipendente, su tutti il Nicolas Winding Refn di Drive, tentando in tutti i modi di accostarsi ad un’idea di cinema internazionale e negando di fatto l’idea di identità e di appartenenza culturale che gli erano propri in precedenti lavori. La scelta musicale degli M83 in questo senso (utilizzati troppo e male), per quanto suggestiva, non può non far rimpiangere l’idea che il film potesse essere accompagnato anche da una colonna sonora epica tutta italiana.

È chiaro che questo allontanamento dal modello italiano per un’estetica più “internazionale” faccia sì che si crei il grande equivoco del cosiddetto “realismo” atteso da molti spettatori. È invece una Roma incredibilmente cinematografica quella laida e piovosa, seppur patinata, di Sollima. Molto più evocativa di quella mostrata da Sorrentino, ma non è una questione di merito. La capacità di Sollima è proprio quella di farci dimenticare di trovarci di fronte ad un film italiano che parla dell’Italia, perché una storia come questa avrebbe potuto essere ambientata ovunque. Suburra sono due ore e dieci (troppe) di intrattenimento puro e di una qualità tecnica e visiva devastante come non se ne sono fatte in Italia da tantissimo tempo a questa parte.

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