Il mondo dei robot - Yul Brynner

Il mondo dei robot (Michael Crichton, 1973)

di Francesca Fichera.

Prima di Jurassic Park venne Il mondo dei robot. E venne anche il Michael Crichton regista. Già avviato come romanziere, l’autore statunitense si dedicò alla scrittura per il cinema – dalla sceneggiatura alla regia – sin dai primi anni Settanta. Westworld è la sua pellicola d’esordio.

C’è già molto, se non tutto: la simulazione del viaggio nel tempo come fonte di intrattenimento, la creazione di sub-mondi riletti a mo’ di parco-giochi, l’errore scientifico (e il disastro che ne consegue) accompagnato dalla presunzione umana di poter esercitare il proprio controllo su qualsiasi cosa.

Non dinosauri ma androidi: nel parco divertimenti Delos – per l’appunto, il mondo dei robot – l’epoca classica, quella medievale e il Far West americano vengono riprodotti fedelmente con l’ausilio di macchine in tutto e per tutto simili agli umani. Lo scopo è di garantire ai facoltosi turisti un’immersione totale e realistica nel mondo prescelto, i cui ‘usi e costumi’ rivivono a partire dallo scenario fino ai suoi più infinitesimi particolari. E così si ama, si gioca e si ammazza senza che nessuno ne abbia a soffrire; nessuno con un cuore realmente pulsante, si capisce.

Fra i tanti avventori a noi è dato di seguire principalmente Peter (Richard Benjamin) e John (James Brolin, padre di Josh) attraverso la coltre di segatura del vecchio e finto West, con Yul Brynner nelle vesti scure di minaccioso antagonista. Tutto fila liscio, con le robot-prostitute specialmente, e le risse da bar sembrano innocue e divertenti come balletti, ma l’irreparabile è letteralmente dietro l’angolo: l’imprevisto, il guasto impossibile a risolversi, un errore di sistema che viaggia da un androide all’altro senza soluzione di continuità. Un vero e proprio virus che alberga nell’auto-coscienza delle macchine, malfunzionamento figlio di un’eccessiva aderenza del modello artificiale al suo corrispettivo naturale; quel “troppo umano” che elimina i confini tra i due mondi e fa calare sul creatore il boomerang dei suoi azzardi creativi.

La regia di Crichton non vola, mantenendo uno stile canonico – soprattutto rispetto ai tempi – fatto di asciutte alternanze fra totali e primi piani, campi e controcampi, che lascia ampio spazio al perforante carisma di Brynner e alla discreta presenza degli altri interpreti. Di sicuro – e per tal ragione il film non brilla nel cielo dei capolavori – il rapporto tra l’oggetto della narrazione e il suo modus si sfalsa a favore della prima delle due parti in gioco; la storia vince, detta legge e funge da ispirazione per tutte le ribellioni delle macchine raccontate dal cinema degli anni a venire. Un paradosso, poi, vuole che proprio in corrispondenza del culmine del climax finale, durante il quale il pistolero androide di Brynner arresta la sua inesorabile camminata per assestare l’ultimo e letale colpo, il ritmo narrativo cali drasticamente. Quelle stesse, indimenticabili immagini ritorneranno, simili e insieme uniche, nel Terminator di James Cameron. A riprova del fatto che le cose sono nuove se cambia il modo in cui le si dice.

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2 pensieri su “Il mondo dei robot (Michael Crichton, 1973)

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