Lo sciacallo - Nightcrawler - CineFatti

Lo sciacallo – Nightcrawler (Dan Gilroy, 2014)

Lou Bloom (Jake Gyllenhaal) è un giovane che tira a campare. Ma c’è di più: non sta troppo bene con la testa. Il suo capo, che l’ha intuito, lo licenzia, così lui se ne va in giro nella notte a cercare di farsela passare, finendo con l’imbattersi casualmente in un incidente d’auto. Ed è lì che incontra per la prima volta i suoi futuri colleghi, quegli operatori d’assalto che fanno a gara per vendere i reportage di cronaca nera al miglior offerente. E soprattutto in anteprima. Allora Lou, affascinato dalla luce della videocamera, dalla concitazione, dalla prospettiva di guadagno e, probabilmente, anche dalla luna piena (fotografia di Robert Elswit), si butta nella mischia, con la ferma volontà di imparare e… sfondare.

Non c’è molto da dire sul pluripremiato lungometraggio d’esordio di Dan Gilroy, anche sceneggiatore (nominato agli Oscar), con un Gyllenhaal protagonista assoluto che non supera e neppure eguaglia le aspettative, tramutandosi nella versione giornalistica di Donnie Darko (perlomeno all’interno delle scene di conversazione a due). Perché, anche se è dura da ammettere, il lavoro sul corpo è essenziale – Gyllenhaal ha perso attorno ai 10 kg per il ruolo – ma non sufficiente. L’espressione serafica di Lou Bloom, i suoi sorrisi improvvisi, larghi e inquietanti, a lungo andare suggeriscono nient’altro che mancanza di naturalezza; cosa che neanche la buona resa di un momento d’ira (v. foto) è capace di compensare.*

Ma sul piano della scrittura, motivo per il quale Lo sciacallo si è distinto in tutto il mondo, cosa c’è da notare? Niente che il coevo Gone Girl e, ancora prima, un film come Ides of March non abbiano già sottolineato: la crudeltà cieca dello showbusiness, quel letterale passare sui cadaveri da parte di un certo tipo di media che ha confuso il fine con i mezzi. E che rivive in Lou ma pure nella Nina di Rene Russo, la bionda e assetata responsabile del notiziario locale cui Bloom vende i suoi servizi, vittima di se stessa e della propria dipendenza dal successo quasi quanto lo è il sistema di cui rappresenta la sintesi. Lei, come lo sciacallo di Bloom/Gyllenhaalpeccano proprio in questo ostinato sostituirsi alle idee rinunciando a qualsiasi tentativo di verosimiglianza. L’errore commesso da Gilroy (eppure l’incipit del film suggerirebbe altro) sta nell’aver creato un’imperdonabile discordanza, un’incoerenza di fondo, fra il realismo dell’ambientazione (la L.A. dei quartieri alti come di quelli popolari, gli studi televisivi, la crisi e la disoccupazione) e una storia che, al contrario, sfiora i confini del surreale. Il tutto per confezionare l’ennesima visione imbottita di cinismo, colpevole di fissarsi sugli effetti anziché sulle cause, e che avrebbe potuto raccontare tanto del disadattamento e della megalomania degli anni zero se solo avesse saputo resistere al desiderio di sorprendere. Con un colpo di scena finale che risulta chiaro fin dai primi minuti di pellicola, e che dopo un po’ quasi ci si scoccia di aspettare.

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* Una curiosità riservata a chi ha già guardato il film:

Jake Gyllenhaal, durante la scena menzionata, nel rompere lo specchio (che era vero) si è realmente ferito a una mano, cosa per cui ha dovuto ricevere diversi punti di sutura. Quando si dice “buttare il sangue”.

Francesca Fichera

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