Gone Baby Gone (Ben Affleck, 2007)

Quello fra nomos physis (legge umana e legge naturale) è un conflitto atavico, complesso ed eternamente irrisolto. Senza tempo come le sue rappresentazioni, teatrali e letterarie, fin dai drammi di Sofocle. Sul relativo concetto di giustizia – si deve sempre obbedire alla legge quando questa non obbedisce all’umanità? – gli slanci sono tanti quante le regressioni, le riflessioni tante quante le chiusure. E negli interstizi dell’incognita s’insinua l’idea di una morale a cui essere fedele, di un’intransigenza interiore – come diceva Calamandrei – che costa fatica e lacrime.

Dal canto suo, il Cinema – che spesso trae spunto dalle narrazioni su carta – non ha potuto esimersi dal porsi gli stessi quesiti. E in tal senso, fra gli esempi recenti delle sue produzioni, oltre a ricordare l’ammirevole trasposizione della vicenda storica di Sophie Scholl, La rosa bianca, e la tragedia corale di Sleepers, non è un male menzionare anche Gone Baby Gone di Ben Affleck, adattamento dell’omonimo romanzo di Dennis Lehane conosciuto in Italia come La casa buia. Di sicuro, al di là del già menzionato nodo concettuale di partenza, il film di Affleck si avvicina a quello di Levinson – Sleepers per l’appunto – in virtù dei temi affrontati e dell’ambientazione: il circolo vizioso del degrado sociale che si muta in perversione, violenza, nell’inferno senza uscita di queste due cose fuse e ripetute. Come nella riscrittura filmica del libro di Lorenzo Carcaterra, così in quella del romanzo di Lehane: pedofili che sfruttano la fragilità di chi è già debole di per sé ma lo è di più se radicato in un contesto dominato dall’oblio; da un folle abbandonarsi alla (auto)distruzione peculiare solo degli umani.

In Gone Baby Gone questo contesto prende forma nel quartiere più malfamato di Boston, dove all’investigatore privato Patrick Kenzie (Casey Affleck) e alla sua socia e compagna Angie Gennaro (Michelle Monaghan) viene chiesto di indagare sulla scomparsa di Amanda, bimba di quattro anni e figlia di una tossica. La coppia conduce una vita tranquilla – primo elemento che prelude alla costruzione della tragedia – e Angie vorrebbe rifiutare l’incarico, anche perché proprio non le va “di trovare una bambina di quattro anni in un cassonetto dopo che è stata violentata per tre giorni”. Affleck comincia così ad assestare i colpi (e i ganci) della sua sceneggiatura, rievocazione fedele dell’ambientazione descritta nel libro: nuda, cruda, sboccata, parola violenta di un mondo che delle crudeltà non è solo teatro, ma resa concreta. V’è una certa astuzia, ancora sottile – prima della fanfara di Argo – nel mostrare tutti gli stilemi propri della regia e dello sviluppo scenico più tradizionali del genere: Gone Baby Gone sembra essere un normale thriller, forse solo meno digeribile di altri. E invece è un film che inganna per parlare di inganno, per intenderlo nel suo senso primordiale, universale, e provare a spiegarlo. È una storia in cui ci si affeziona ai cattivi prendendoli per buoni, e che alla fine priva di questa basilare (e salvifica?) distinzione tanto chi l’ascolta quanto chi la interpreta. È un racconto scritto da chi, scavando fra le cose più turpi della vita, ha compreso che i confini fra Bene e Male sono pericolosamente fini. Appena un velo. Ed è un velo quello con cui Affleck riveste le battute conclusive, in apparente contrasto con il fiume di rumore, di volgarità, uccisioni e spari, mostrato per le quasi due ore della sua durata. Al termine di Gone Baby Gone neanche la morale è giusta: fra tanti colpi di scena questo è il più grande, che passa in sordina ma ferisce a morte. E fa restare col timore, ed anche la certezza, che la physis possa tradire se stessa. Diventando solo un nome, un involucro, un idolo cui rendere omaggio, più disumano di qualsiasi codice. Come una madre che non è nata madre e una figlia che potrebbe esser figlia a chiunque altro.

 Francesca Fichera

4 pensieri su “Gone Baby Gone (Ben Affleck, 2007)

  1. si la scena di casey seduto sul divano accanto alla bambina è davvero straziante. Affleck secondo me fa parte di quella schiera di attori mediocri che però sono ottimi come registi,ce ne sono eh

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    1. Esatto, quella.
      Poi su Ben concordo (finalmente) con qualcuno, non pochi l’hanno osannato, per questa e altre interpretazioni; io invece non nascondo di averlo trovato finanche, e a tratti, ridicolo. Lo preferisco nettamente quando scrive i film rispetto a quando ci recita dentro.

      – Fran

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  2. Pingback: True Detective S1

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